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Il cavaliere dei 7 regni, l'eroe che incarna il sogno dell'Occidente

di Fausto Carioti giovedì 19 febbraio 2026

4' di lettura

Ser Duncan l’Alto non è nessuno. Non ha un cognome, un passato o uno stemma araldico che gli conferisca autorità. Non ha abiti con cui cambiarsi e nemmeno un tetto sotto cui dormire. Non è particolarmente intelligente. È cresciuto nella miseria ed è diventato cavaliere ricevendo il titolo (ma forse è la sua unica bugia) dal cavaliere errante con le pezze al sedere che lo aveva accolto come scudiero. Però è forte, ha dignità e un gran senso dell’onore, che lo porta a ribellarsi alle ingiustizie in un mondo, quello di Westeros, in cui i primi a commetterle sono i veri nobili. E da qui si comincia. L’anonimato iniziale del protagonista è la chiave de Il Cavaliere dei Sette Regni (A Knight of the Seven Kingdoms), la nuova serie del canale Hbo ambientata nell’universo creato da George R. R. Martin, l’autore delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, dalle quali è nata la serie Il Trono di Spade. Il quinto episodio, l’ultimo andato in onda, ha ottenuto il punteggio record di 9,8 su 10 su Imdb: per chi non lo conoscesse, è l’indice più affidabile sul gradimento di uno show. E ogni episodio raccoglie più spettatori e più consensi. La prima stagione si concluderà con la prossima puntata, ma è già stata annunciata la seconda. Occhio, insomma, perché sta nascendo un nuovo mito televisivo.

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Tutto questo senza i draghi della serie originale. E senza quell’immensa muraglia di ghiaccio che faceva sembrare il muro di Berlino una costruzione Lego. Nessun effetto speciale capace di impressionare chi guarda. Tanto fango, in compenso, e non solo quello. In una delle prime inquadrature il protagonista si appoggia a un albero per liberarsi l’intestino. La scena è anche troppo cruda. Raccontano che lo stesso Martin, quando l’ha vista, sia rimasto scosso: serviva proprio? Serve a dirci che la grande epica e gli arazzi di corte sono lontani. Ci mostra che l’arco di questo personaggio parte dal basso che più basso non si può: è tutto da costruire. Non ci sono neanche le trame politiche complesse cui le storie di Martin ci hanno abituati. Il trucco c’è, ma è vecchio quanto i racconti che i nostri antenati facevano attorno a un fuoco: la storia di un individuo che parte dal nulla e conquista il suo posto nella memoria degli altri.

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L’archetipo più antico, che ad Hollywood quelli bravi conoscono bene. Sappiamo che Duncan ce la farà. È scritto nei racconti di Martin e a chi non li ha letti lo svela la profezia di una maga nella terza puntata: «Sarai più ricco di un Lannister», che da quelle parti significa più di un Elon Musk. Intanto, però, dorme all’addiaccio. E la strada che lo attende è molto lunga. Non la fa da solo: ha accanto lo scudiero Egg, che sui segreti del potere sa molte più cose di lui, perché l’altro archetipo hollywoodiano dice che ogni maestro jedi ha accanto un padawan e l’insegnamento è sempre reciproco. Christopher Vogler, che ha esaminato più di seimila sceneggiature per la Warner Bros. e le altre grandi fabbriche di mitologie moderne, riassume così la ricetta nel suo libro più importante, Il viaggio dell’Eroe: «Gli Eroi hanno qualità con cui chiunque può identificarsi e che chiunque può riconoscere in sé stesso. Sono spinti da impulsi universali comprensibili a tutti: il desiderio di essere amato e compreso, di riuscire, di sopravvivere, di essere libero, di vendicarsi, di riparare i torti, di cercare di esprimere la propria personalità». Perché esiste una «formula mitologica universale dell’avventura dell’eroe», come spiega Joseph Campbell, grande studioso di mitologia comparata e autore de L’eroe dai mille volti, abbecedario di legioni di scrittori e sceneggiatori. La formula è fatta «dei pericoli, degli ostacoli e dei fortunati incontri lungo il cammino» e la funzione dell’eroe è usarli tutti per crescere. Può essere Conan il Barbaro, Nemo il pesce pagliaccio o Louis Winthorpe III, il broker di Una poltrona per due interpretato da Dan Aykroyd: diversi solo in apparenza, le differenze sono minime.

Di tutti loro ci emoziona il rito di passaggio, il racconto del cambiamento. Duncan incarna questo schema in una delle sue forme più popolari. I bardi e i trovatori del Medioevo cantavano storie di cavalieri erranti, uomini privi di terra e lignaggio che conquistavano onore attraverso le azioni. Nell’età moderna questo schema si è incarnato nel mito del self made man: l’uomo che costruisce la propria identità dal basso, salendo la scala sociale un gradino dopo l’altro. Edmond Dantès, protagonista de Il conte di Montecristo, è un marinaio senza importanza che cresce attraverso le prove, fino a diventare una figura quasi mitologica. L’eroe de I Miserabili non è Javert, simbolo della legge inflessibile, ma il galeotto Jean Valjean, che parte gonfio di odio dall’abisso del carcere e rinasce grazie all’incontro con il vescovo Myriel, che gli offre perdono invece di condanna. La forza della storia di Duncan non è nel mondo in cui è ambientata, ma nella capacità di toccare corde profonde. La convinzione che nessuno sia condannato a vivere dove è nato e che tra un giorno o tra dieci anni le cose per noi andranno meglio. E questo non dipenderà dalle bizze degli dei o dal nostro cognome, ma solo dalle scelte che faremo. Che poi è il sogno su cui si fonda l’Occidente.

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