Todos caballeros, tra chi è rimasto sputtanato e chi ha contribuito a sputtanare la differenza è palpabile, ma alla fine sono entrambi bravi ragazzi. Chi ha dato, e perso la poltrona, ha dato e chi ha avuto, e aizzato gli ascolti, ha avuto. Meglio scordarsi il passato; anzi, archiviarlo. Destini quasi paralleli quelli di Gennaro Sangiuliano e Sigfrido Ranucci, entrambi protagonisti di giochi proibiti con la dottoressa (ma ci sono dei dubbi a riguardo) Maria Rosaria Boccia, agitata bionda pompeiana in cerca d’amore forse e d’autore di sicuro.
Straordinarie coincidenze anche temporali. Il Tribunale dei Ministri, su richiesta della Procura di Roma, archivia l’ex titolare della Cultura dalle accuse di peculato e rivelazione di segreti d’ufficio. L’indomani, il giudice per le indagini preliminari accoglie la richiesta dei pm capitolini di non mandare a giudizio il conduttore di Report per aver divulgato in prima serata la drammatica conversazione tra Sangiuliano e la moglie sull’interruzione delle consulenze di Boccia al ministero. Entrambe le conclusioni erano previste e prevedibili.
LA VITTIMA
Da tempo ormai si è capito che il fu responsabile della Cultura del governo di Giorgia Meloni era la vittima e non il carnefice. Dal primo giorno in cui scoppiò lo scandalo il giornalista, che per andare al Collegio Romano rinunciò alla direzione del Tg1, disse che la discussa pompeiana non aveva avuto alcun incarico formale e che per lei non erano stati spesi soldi pubblici. La vicenda però era scabrosa e si presentava come la prima occasione per l’opposizione di azzannare l’esecutivo di centrodestra.
Quindi la sinistra ci si buttò a pesce, parlando di scarsa trasparenza, commistione tra ruolo pubblico e privato, ministero sotto ricatto e la stampa compiacente diede fiato alle trombe, dedicando allo scoppio dello scandalo più pagine perfino di quelle consacrate allo scoppio della guerra in Ucraina, nel febbraio 2022. Risultato: oggi il governo ha perso un ottimo ministro, ben rimpiazzato e trasmigrato al consiglio regionale campano, e Boccia è sotto processo per diffamazione, stalking aggravato, interferenze illecite nella vita privata e perfino false dichiarazioni nel curriculum. Ma si sapeva benissimo anche come sarebbe andata la questione di Ranucci, denunciato da Sangiuliano e dalla moglie, che come il prode Sigfrido è pure lei giornalista Rai, per interferenze illecite nella vita privata. Il conduttore di Report è senz’altro colpevole senza appello di poca eleganza e di essere un collega che è meglio non avere, ma è penalmente innocente, e come potrebbe essere altrimenti? Non serve neppure indagare oltre, perché il coscienzioso conduttore ha agito in rispetto del sacro diritto-dovere di cronaca, garantiscono le toghe.
Non è gossip pubblicare in prima serata le conversazioni carpite a tradimento sulle infedeltà coniugali, ma è servizio pubblico, anche se il ministro non è più tale da tre mesi, ha raccontato tutto in lacrime in un’intervista al Tg1 e da tempo la narrazione sulla signora Boccia era cambiata.
La stampa che l’aveva osannata comincia a descriverla come una donna dai comportamenti aggressivi, come il taglio sulla fronte di Sangiuliano testimonia, e manipolatori, con tutti i dubbi sui titoli di studio millantati e la sua effettiva centralità nel ministero, autorevoli colleghi televisivi rifiutano di intervistarla alle condizioni che detta, ma Maria Rosaria per Ranucci resta una fonte succulenta. Di più, una donna da blandire, ai cui sfoghi val la pena prestare orecchio e alla quale consegnare dritte, di cui cercare la complicità, anche a costo di parlar male di altri giornalisti, parrebbe.
NESSUN DUBBIO
Pm e giudici non hanno dubbi: accogliere l’esposto dei coniugi Sangiuliano significherebbe intimidire la libera stampa. Non solo, nell’archiviare il caso i magistrati si chiedono: come potevano i giornalisti di Report immaginare che la conversazione telefonica con cui Federica Corsini chiedeva al marito ministro di interrompere la collaborazione con Boccia fosse stata carpita a tradimento e fosse avvenuta in un luogo privato? Già, come potevano? Si atteggiano a numeri uno del giornalismo d’inchiesta, la sinistra li omaggia come santoni, nessuno osa giudicarli, se non quei poveretti dell’Authority che per averlo fatto hanno subito un robusto massaggio mediatico, eppure non c’erano proprio arrivati. Se lo sono sicuramente chiesto, perché non domandarselo sarebbe stato poco professionale, e quindi è un’ipotesi da scartare, ma non hanno trovato risposta.
«Solo la Boccia avrebbe potuto indirizzarli», chiosa con involontaria ironia il giudice.
E per la prima volta Maria Rosaria suscita un moto di pena: sacrificata anche lei sull’altare del diritto d’informazione di Report? Buona fortuna per il processo che le sta arrivando sulla testa...