Il pentimento perenne di Roberto Saviano ormai è un genere televisivo, un topos mediatico. L’autore di Gomorra non lascia passare intervista (o post sui social) senza sottolineare quanto il suo bestseller gli abbia rovinato la vita, trasformandolo in un uomo con un bersaglio cucito sulla schiena. La camorra lo ha messo nel mirino, lui passa i giorni circondato dalla scorta, senza più una esistenza affettiva normale. Tutto vero, e dolore più che comprensibile. Il guaio è che spesso a sinistra c’è chi vuole sfruttare questa condizione per farlo passare come intoccabile. E l’ennesima intervista (compiacente) organizzata domenica dall’amico Fabio Fazio a Che tempo che fa, sul Nove, ne è l’ultimo esempio.
Premessa: Saviano aveva definito Matteo Salvini «ministro della malavita», era stato querelato dal leader della Lega ed è stato assolto dal Tribunale. Nessuna diffamazione. In tanti hanno letto la sentenza come un via libera all’insulto politico. Per Saviano la questione è opposta: «Portare gli scrittori, gli intellettuali, i giornalisti in tribunale da parte di un ministro è un atto assolutamente autoritario. In questi anni le prime pagine che sono state utilizzate, spese contro di me, hanno reso ordinario l’attacco del potere politico verso un intellettuale che non ha nessun altro potere se non la sua firma, le sue parole, i lettori, se ce li ha. È sproporzionato».
«Questa vittoria - prosegue in studio - ha permesso di difendere la possibilità di criticare radicalmente il potere politico». Tuttavia si dice “disilluso”: «Credevo che la parola potesse effettivamente ottenere la solidarietà come un atto ordinario e non eccezionale e che la politica, vedendo la luce, potesse davvero trasformare le cose. E invece no, essere disillusi significa che adesso so le conseguenze delle parole spese, ma ne conservo comunque la responsabilità. Non ho perso la consapevolezza della necessità di raccontare e della possibilità incredibile di chi ascolta, perché nel momento in cui qualcuno si prende del tempo e ascolta queste storie, lui stesso, lei stessa diventa mezzo di trasformazione. Ma so benissimo che c'è sempre un prezzo da pagare, forse mi sono un po’ stancato di pagarlo». L’ostensione del martire, però, evidentemente paga ancora. Eccome.