MotoGP

Marc Marquez, Agostini mette Honda nel mirino: "Sa di andare oltre il limite. Ma..."

Leonardo Iannacci

Erano giovani, erano forti e vincevano tutto. Felice Gimondi, Giacinto Facchetti e Giacomo Agostini formavano un bel trio nelle stagioni in cui erano re nel ciclismo, nel calcio e nel motomondiale. Grand’Italia, quella nella quale i tre erano anche amici, a Bergamo e dintorni, un evento raro nel mondo egoistico dello sport ai massimi livelli. Ago, dall’alto dei suoi 15 titoli mondiali, ricorderà quegli anni ruggenti oggi a Rimini, ospite degli incontri che Simona Ventura tiene nei giardini del Grand Hotel di felliniana memoria.

Agostini, lei incarna il romanticismo del motomondiale in bianco e nero: come vive, a 81 anni suonati, con il suo magnifico avvenire dietro le spalle?
«Bene perché ho ricordi incredibili anche fuori dalle piste, come quello delle feste di compleanno. Deve sapere che, a Bergamo, Don Mansueto riuniva in un’unica festa il mio genetliaco, quello di Felice e quello di Giacinto. Serate indimenticabili col Don che stravedeva soprattutto per Gimondi e non si capacitava di quel demonio belga che ogni tanto lo batteva».

Domenica torna il motomondiale su una pista ostica come quella di Silverstone: quale risposte si aspetta?
«Una, soprattutto: vorrei capire se, dopo la pausa vacanze, Yamaha ma soprattutto Honda hanno portato aggiornamenti tecnici per limitare l’incredibile supremazia delle Ducati».

Cosa non le piace del motociclismo di oggi?
«L'eccesso di elettronica nelle moto perché offuscale capacità del pilota il quale resta il vero protagonista. Persino gli ingegneri dicono che non si riesce a guidare queste moto senza l’ausilio dell’elettronica. La soluzione? Togliere un po’ di potenza che non dà spettacolo perché lo spettacolo lo fa la sfida in pista fra piloti. Per le emozioni non servono bolidi da 300 cavalli».

Ago su MV e Bagnaia su Ducati sono binomi simili: grandi piloti che vincono su grandi moto, vero?
«Il parallelismo Bagnaia-Ducati con Agostini-MV funziona. Pecco sta portando in giro per il mondo la sua bravura di pilota italiano che riesce ad essere vincente con la tecnologia italiana come successe a me ai tempi della militanza con MV Agusta. Io rappresentavo il nostro Paese: moto italiana e pilota italiano con un elmetto tricolore in testa. Bagnaia ci pensi: il bianco, rosso e verde sul suo casco sarebbe un bel completamento».

Pecco, tra i campioni del passato, chi le ricorda?
«Il sottoscritto. Ha una moto vincente, studia nelle prove come metterla a punto esattamente come facevo io, è bravo, intelligente ed è il campione del mondo in carica. Ma sì, è l’Ago del nuovo millennio».

Martin è una brutta bestia come avversario ma Pecco deve temere maggiormente lo spagnolo oppure Bezzecchi?
«Entrambi sono rognosi ma Pecco e la Ducati sono il binomio perfetto. Penso che, contando su 35 punti di vantaggio, Bagnaia sia in grado di gestirsi bene sin da domenica. Senza dimenticare che è lui ad avere il numero 1 sulla carena di una moto impressionante come la Desmosedici».

Passando dalle due alle quattro ruote, Valentino Rossi fatica un po’: come successe a lei quando provò la Formula 2?
«Onestamente non conosco il motivo che ha portato Vale a correre in auto. Io mi ritirai a 35 anni perché era venuto il mio momento e accettai di correre in auto soprattutto per dimenticare lo stacco dalle moto. La mia passione erano le due ruote, a tal punto che nel 1969 dissi di no a Enzo Ferrari quando mi offrì un sedile in Formula 1. Non ci rimase benissimo il Drake ma gli spiegai: scusi ingegnere ma io amo pazzamente le moto».

Marc Marquez, esagerando e prendendosi rischi assurdi, sta limitando la sua rincorsa ai mondiali di Vale?
«Alt, salviamo il soldato Marquez che resta un numero uno, un campione unico nel dare sempre spettacolo. Ho parlato con Marc che è consapevole di andare oltre il limite. Il problema è l’Honda, senza i rischi che si prende, cadendo anche, con la moto attuale si troverebbe a metà gruppo. “A quel punto preferirei starmene a casa” mi ha detto e va capito, ammirato ed applaudito perché rischia la vita per dare spettacolo e inseguire la vittoria. Va oltre il limite ma non va criticato».

Ogni tanto sogna ancora la sua vittoria più bella? Magari quella delle 200 Miglia di Daytona nel 1974?
«Difficile scegliere fra 15 mondiali e 123 gran premi vinti. Ma quello americano fu un week-end davvero speciale perché riuscii a battere Kenny Roberts a casa sua. Prima della gara Kenny sibilò: “Agostini non conosce il circuito e neppure la sua nuova Yamaha, me lo mangerò”. Vinsi io e, dopo l'arrivo, venne al mio box e ammise: “Ago, non posso credere che tu sia umano...”». Aveva forse torto?