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Il calcio italiano è povero, ma perde pure sulla tattica

di Claudio Savelli giovedì 12 marzo 2026

2' di lettura

Non facciamo scattare il solito processo trito e ritrito, scomodando vecchi allenatori del passato per farci dire che in Italia mancano intensità e coraggio. Il problema del calcio italiano è l’essere ormai uguale a sé stesso. Siamo dei copiatori seriali di Gasperini. La sua idea funziona? Anziché sfidarla, copiamola. E continuiamo a farlo per anni e anni, mentre il mondo là fuori ha già trovato rimedi e soluzioni. Il risultato è un campionato in cui ogni squadra gioca contro la copia di sé stessa, mai contro una opposta. E su questo annullamento di forze interno ci siamo seduti, piace a tutti perché permette evitare figuracce e di raggiungere più facilmente l’obiettivo minimo. Di salvare la pellaccia. La serie A, insomma, è diventata un enorme autoinganno perché l’innovazione di un singolo è diventata un’involuzione collettiva. È logico che, una volta messo il naso fuori dai confini, veniamo presi a gol in faccia.
I match analyst europei ne stappano una buona quando vengono sorteggiati contro un’italiana: la contromisura è nota e basta guardare una qualsiasi partita di serie A per trovarne conferma.

L’1-6 di Atalanta-Bayern è sì prodotto dall’enorme gap tecnico tra le due squadre, ma non solo. È anche facilitato dalla leggibilità dello stile di gioco “italiano” (ormai possiamo definirlo così, dato che è usato dal 90% della serie A). Palladino, nel disperato tentativo di sorprendere Kompany con un 4-4-2, abbia confuso la forma con la sostanza. Il Bayern non si è nemmeno accorto del cambio di modulo dell’Atalanta perché il modulo, in questa contrapposizione di stili, è irrilevante. Di suo, l’”uomo su uomo” decostruisce il modulo, e l’antidoto prevede a sua volta la decostruzione continua dello schieramento. Il Bayern ci ha fatto notare, una volta per tutte, che è dannatamente semplice sabotare una squadra italiana.

Lo faceva anche l’Inter di Inzaghi, che con l’Atalanta di Gasperini andava infatti a nozze: ruotare i giocatori nelle posizioni per trascinare lontano dalla propria zona di comfort i marcatori corrispondenti. Anche perché queste “marcature a inseguimento” sono diventate più blande, distanti, conservative, utili a non farsi superare piuttosto che a recuperare il pallone. Al solito, abbiamo trasformato un’innovazione coraggiosa in un surrogato speculativo. Certo, il Bayern applica al massimo livello possibile l’antidoto, ma anche il Bodo/Glimt ha fatto la stessa identica cosa, ed è bastato contro un’Inter che quella cosa lì, oggi, non la fa più. La squadra di Kompany ha aggiunto i cambi improvvisi di ritmo nel possesso dopo una circolazione inizialmente perimetrale e riflessiva, ricordando la regola aurea: il pallone viaggerà sempre più veloce di qualsiasi giocatore. Noi rincorriamo: letteralmente in campo, e metaforicamente nel momento storico del gioco. Gli altri, invece, vanno e ci sfuggono. La nostra è diventata un’interpretazione meccanica del calcio, quella degli altri è dinamica. È tutto qui. Accorgiamocene in fretta, prima di ritrovarci confinati per l’ennesima volta nel Medioevo.

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