Nedo Sonetti era l’allenatore delle grandi imprese, che fossero salvezze impossibili o promozioni miracolose («Otto in tutto, ma spesso non mi hanno confermato: forse ero scomodo»).
Grinta, personalità, carattere forte e spirito toscano, il “sor Nedo” era considerato un sergente di ferro («Ero severo, ma anche amico dei giocatori») capace di sistemare gli spogliatoi più infuocati e mettere a tacere i ribelli («Una volta sono arrivato alle mani con un big»). Sonetti, che ora ha 85 anni, il calcio lo guarda con poco entusiasmo («Non mi diverte, troppo possesso palla») da Prato, dove si è trasferito per gestire un cento sportivo.
Tuta, scarpe da ginnastica, giubbotto: Nedo Sonetti, sembra ancora un ragazzino.
«Ho appena compiuto 85 anni, ma stare all’aperto a contatto con la gente, qui in questo centro sportivo, mi mantiene in forma».
Già, lo “Sporting Club Mezzana” di Prato.
«Sei anni fa- durante il Covid- ho lasciato Bergamo, dove vivevo da più di 30 anni, e mi sono trasferito qui: ho preso questi impianti che vengono gestiti dai miei due figli Cristiano e Serena».
Posto meraviglioso.
«Ci sono 5 campi di calcetto e 4 da beach volley, un ristorante e il chiringuito per l’estate».
Però manca il padel, che è lo sport del momento.
«Non me ne parli che mi arrabbio. Guardi lì, abbiamo un terreno pronto, ma il Comune fa mille questioni burocratiche. Assurdo».
Mister, lei è circondato da giovani che giocano a calcetto. Come è il livello?
«In generale basso come nei club, perché ai ragazzini non insegnano più i fondamentali. E io divento matto. È cambiato tutto, noi da piccoli crescevamo tirando il pallone al muro o colpendolo di testa alla forca, ora invece tutto questo non esiste. Certo, qualcuno valido c’è, anche se è sempre più difficile emergere. E ne so qualcosa».
In che senso?
«Riccardo Bezzini, uno dei miei nipoti, ha 20 anni ed è bravo: è alto 1.80, forte fisicamente, veloce».
Dove gioca?
«Potrebbe militare tranquillamente in serie C, ma qui in Italia bisogna pagare. Così è dovuto emigrare a San Marino e fa il professionista là».
Quanti nipoti ha?
«Quattro. Tommaso, il più piccolo, ha quasi tre anni. Rebecca, 17 anni, è sciatrice e fa i campionati italiani. Nedo invece non fa sport».
Scusi, in famiglia c’è un nuovo Nedo Sonetti?
«Ha 13 anni e la passione per il volo: vuole fare il pilota».
Mister, torniamo al calcio: la Nazionale fa fatica.
«Perché in campionato ci sono troppi stranieri, abbiamo perso la nostra identità».
La serie A la segue? Come mai quello sguardo?
«Si fa troppo possesso palla e quando vedo esagerare con il tiki-taka spengo la televisione perché mi incazzo come una belva. Per costruire un’azione fanno 27 passaggi inutili: che roba è?».
Quindi le partite la stufano?
«Molto. Il club che mi annoia di meno è il Como, che fa un tiki-taka intelligente e crea tante occasioni. Io sono sempre stato tifoso dell’Inter, però ultimamente i nerazzurri stanno battendo un po’ in testa e sono deluso. L’Atalanta mi sta simpatica perché mi è rimasta nel cuore».
Nedo, la gente quando la riconosce cosa le chiede?
«Qui a Prato mi domandano tutti della Fiorentina e qualcuno vorrebbe anche che la allenassi, ma ormai quel tempo è passato».
A proposito di tempo passato, facciamo un salto all’indietro al piccolo Nedo.
«Nasco a Piombino il 25 febbraio 1941. Papà Ostilio fa l’operaio, mamma Otelia l’infermiera».
Figlio unico?
«No, una sorella: Elita».
Urca, che nomi: alla fine il più “normale” è il suo...
«La mia famiglia, sotto questo aspetto, aveva una grande fantasia».
Lei cresce nel periodo di guerra. Ha qualche ricordo?
«Il ritorno del mio babbo dalla Germania, dove era stato deportato: scappa in bicicletta, prende il treno e arriva a Poggetto, una frazione di Piombino. Io ho tre anni, sono in cortile e vedo venirmi incontro un uomo con la barba lunga, tutto sporco. È la prima volta che lo vedo, non so chi sia. Mi chiama: “Nedoooo”. E...».
...se vuole ci fermiamo.
«No, però mi scusi, mi commuovo ancora. Dicevo che di fronte a quel signore sono un po’ impaurito, poi escono mia mamma e mia sorella e capisco che è papà».
Con lui, crescendo, ha un bel rapporto?
«Eccezionale, è un uomo meraviglioso. Da giovane gli amici lo chiamavano “sincope” perché faceva a cazzotti con tutti».
Ecco da chi ha preso, lei, il carattere da duro.
«Sì, il sangue è quello».
Mister, torniamo alla sua infanzia. Che bambino è?
«Uno sportivo nato. Gioco a calcio già da piccolissimo in mezzo ai sassi, poi a 15 anni entro nella Gabetto, squadra del quartiere, e successivamente nel settore giovanile del Piombino che fa la IV serie».
Ruolo?
«Centravanti forte di testa. Poi mi arretrano a mezzala e, quando passo alla prima squadra dello Spezia, in serie C, mi trasformo in stopper».
Nel 1967 va alla Reggina, in serie B, club nel quale diventa capitano e bandiera: in cinque anni disputa 131 partite segnando 3 gol. L’allenatore è Tommaso Maestrelli.
«Bravissima persona, non alza mai la voce, è molto accomodante e cerca sempre di mediare. Questo aspetto del suo carattere sarà fondamentale, nel 1974, per fargli vincere lo scudetto alla guida della Lazio dei clan».
In quella Reggina esordisce un giovane Franco Causio.
«Ragazzo straordinario, si vede subito che ha qualcosa di speciale. Dribbla sempre e a volte gli dico: “Oh, vai dall’altra parte perché se vieni nella mia zona ti picchio”».
Qualche avversario storico?
«Bettega, che in quegli anni gioca nel Varese: gran fisico e fortissimo di testa, uno dei pochi a mettermi in difficoltà nel gioco aereo. Poi Boninsegna, cui è legata una partita da incubo in Coppa Italia: Inter-Reggina 6-0 ».
In campionato, però, lei da giocatore non riesce ad esordire in serie A.
«Arriva qualche richiesta, ma i dirigenti alzano il prezzo e non se ne fa mai nulla. Allora a 32 anni ritorno in serie C, alla Salernitana, e comincio a pensare al dopo carriera».
Ha già l’idea di allenare?
«Ho il diploma di ragioniere, anzi “computista commerciale”, ma il mio desiderio è restare nel calcio. E quando, nel 1974, mi offrono una panchina i dirigenti del Viareggio, in serie D, decido di provarci».
Arriva al settimo posto e poi va alla Casertana, in serie C.
«Bel cambiamento, calcio tosto del sud, tifosi caldi e tante peripezie».
Poi guida lo Spezia che si qualifica per la nuova C1 e, dopo tre stagioni, la chiama il Cosenza, squadra con la quale ottiene la sua prima vera promozione (dalla C2 alla C1). Nel 1980-81, invece, porta la Sambenedettese in serie B.
«Il portiere è un giovane Walter Zenga. Mi accorgo subito che è un fuoriclasse tra i pali, ha una personalità spiccata e sa guidare la difesa».
Come mai ride? Ha un aneddoto da raccontare?
«Esordio nel torneo cadetto, c’è Samb-Lazio. Vado da Walter, che in quel periodo è fidanzato: “La tua ragazza questa settimana non ti raggiunge, vero? Abbiamo una partita troppo importante”.
“Ma si figuri, mister”, risponde. Però fiuto qualcosa di strano, la sera vado a controllare la palazzina in cui abita e mi accorgo che l’ha fatta nascondere sul terrazzino di un ufficio. Allora entro in casa e affronto Walter: “Ci sono due cose su cui non mi freghi, il calcio e le donne. E qui c’è odore di donna”. Beccato».
Nella Samb, in quel periodo, gioca anche Gigi Cagni.
«Che ha 31 anni e vorrebbe smettere. Io gli dico: “Sei ancora calciatore, non devi fermarti. Ti faccio fare libero così corri meno e mi organizzi il gioco”. E gli allungo la carriera, visto che poi giocherà altri sette campionati».
Dopo tre stagioni alla Samb, il suo primo grande salto.
«La società vuole rinnovare il contratto e nel frattempo mi telefona Gigi Riva per propormi di andare al Cagliari».
Lei, però, sceglie l’Atalanta.
«I dirigenti nerazzurri vengono a prendermi, di persona, a San Benedetto del Tronto, e faccio un patto con me stesso».
Cioè?
«Visto che da calciatore non sono arrivato in serie A, voglio farlo da allenatore: se non ci riesco entro i 50 anni, smetto».
E invece, al primo tentativo, fa subito centro.
«Una stagione incredibile, che mi fa innamorare del club e della città. Anche perché a Bergamo, in quegli anni, posso coltivare le mie due più grandi passioni ereditate da mamma».
Che sarebbero?
«Lirica e chirurgia».
Partiamo dalla musica.
«Fin da bambino la ascolto in casa e resto affascinato da Puccini, così quando alleno l’Atalanta ne approfitto per andare spesso alla Scala di Milano dove, grazie a un amico, conosco il direttore d’orchestra Riccardo Muti».
La medicina?
«Mi incuriosisco da piccolo vedendo mia madre che fa l’infermiera e a Bergamo, con la complicità del professor Tagliabue, medico dell’Atalanta in quel periodo, riesco a conoscere la chirurgia da vicino».
In che senso?
«Assisto, in sala operatoria, a due interventi a cuore aperto posizionandomi dietro la testa del paziente».
Coraggioso. Torniamo al calcio e raccontiamo quell’Atalanta spettacolare: guardi la fotografia della squadra che ha vinto il campionato di serie B e scelga un giocatore.
«Se ne sarebbero tanti: Magrin, Pacione, Agostinelli, tutti fondamentali. Ma Donadoni...».
Capisce subito che è un talento?
«È diverso dagli altri, è un ragazzo molto educato, ha una classe cristallina e, quando dribbla, è imprendibile. Ma spesso, nei primi dieci minuti, non tocca palla, è come se non fosse sintonizzato con la partita: allora mi incazzo e urlo agli altri di passargliela sempre, che è lui a dover fare gioco. Come per magia, quando mi ascoltano, tutto cambia».
Il più matto del gruppo?
«Magnocavallo, giocatore di fantasia sia in campo che fuori: è un casinista, ne fa di ogni, fuma sempre, negli spogliatoi non sta mai fermo. Siamo rimasti legati, lo sento ancora».
L’anno successivo, in serie A, arriva Glenn Stromberg.
«Lo faccio acquistare dopo averlo visto in Svezia-Danimarca. E diventa il leader della squadra: è intelligente, ha grande cultura ed è il punto di riferimento per tutti».
Nedo, scelga altri due giocatori per due aneddoti.
«Ritiro a Roncegno, osservo Sauro Fattori e capisco che c’è qualcosa che non va. La sera, accorgendomi di qualche movimento strano, lo vado a cercare nel bosco a fianco dell’hotel e lo trovo appartato con una ragazza. Allora sveglio tutti i giocatori all’istante e li faccio venire nella sala riunioni: sono una belva e li ribalto».
Meraviglioso. Altro nome?
«Luigino Pasciullo. Quando arriva parla in stretto dialetto molisano e io, per scherzare, gli dico: “Oh, ma tu sei il terzo straniero”. Lui però pensa che sia un complimento per come gioca e, per tutta la stagione, si dà delle arie con i compagni».
Nei primi due anni di serie A arrivate decimi e ottavi. Poi, però, le cose si mettono male e i tifosi le dedicano un coro: “Ci salveremo, l’ha detto Nedo Sonetti”. Dimostrazione di stima e fiducia?
«No, io lo vivo come un modo per sfottermi perché alla fine retrocediamo».
Lasciata Bergamo, va all’Udinese, dove vince un altro campionato, poi all’Avellino e all’Ascoli, club del mitico presidente Costantino Rozzi.
«Grande personaggio, uomo di valore. E scaramantico: viene sempre in panchina indossando solo calzini rossi. In quella squadra ho giocatori forti come Casagrande, Lorieri e Giordano. E saliamo in serie A».
Ma anche in questo caso, malgrado la promozione, non la confermano, cosa che nella sua carriera succederà più volte. Perché?
«Non lo so, forse per il carattere: probabilmente davo fastidio».
Dopo l’Ascoli va al Bologna, al Lecce, al Monza e poi, nel 1994, approda al Torino. Le brillano gli occhi...
«Ho un record che nessuno è riuscito a eguagliare negli ultimi 30 anni granata: in quel campionato ho vinto entrambi i derby, 3-2 all’andata e 2-1 al ritorno, contro la Juve di Lippi, che poi ha conquistò scudetto e Coppa Italia».
Lei, per carattere, rappresentava alla perfezione il significato della maglia granata.
«Sono sempre stato uno che non mollava e mi sentivo vicino a certi valori. Da bambino, poi, vedevo il Grande Torino e, a soli 8 anni, ero rimasto colpito dalla tragedia di Superga. Andare ad allenare quello stesso club per me è stato meraviglioso».
Un aneddoto di quel Toro?
«Una volta due giocatori litigano pesantemente in partitella e non la smettono più, mi rompono le scatole. “Volete fare a cazzotti?”, chiedo. E metto tutti i loro compagni sul cerchio di centrocampo come a formare i bordi di un ring. “Forza, ora entrate e picchiatevi”».
Lo fanno?
«No, si tirano indietro per la delusione di tutti».
A proposito di partitelle animate, cosa è lo “scosciapopoli”?
«Un termine livornese che significa “botte da orbi”. Io, da sempre, lo usavo per finire l’allenamento e dicevo: “Ora scosciapopoli, picchiatevi”. E per un quarto d’ora si giocava senza regole: si vedevano battaglie epiche, era calcio vero e tutti si divertivano sfogandosi».
Lei, in quegli anni, aveva la nomea del “duro”, del “sergente di ferro”. Ci si vedeva in quel soprannome?
«A metà. Mi facevo rispettare dai giocatori e dalla gente, ma ero leale, un amicone di tutti».
Cosa intende per “mi facevo rispettare”?
«Ho tirato qualche scarpata».
Il litigio più pesante della sua carriera?
«Non voglio fare il nome perché era un calciatore molto famoso, un big che poi si è anche scusato».
Ok, non diciamo chi è e nemmeno la squadra né il campionato e la stagione, ma raccontiamo almeno l’episodio.
«A quattro minuti dalla fine lo cambio e lui, uscendo dal campo, mi insulta dicendomene di tutti i colori. Dopo il triplice fischio corro negli spogliatoi, un suo compagno cerca di trattenermi ma mi libero, arrivo nello stanzone e lo vedo sotto la doccia che fischietta. “Cosa mi hai detto?”, e pum gli metto le mani addosso».
Non male. Mister, torniamo alla sua carriera. Dopo due stagioni al Torino va alla Cremonese, poi al Lecce (altra promozione in serie A senza conferma) e, nel 1999, finisce al Brescia del presidente Corioni.
«Un grande presidente, anche se pure lui mi fa uno scherzetto: non mi conferma dopo aver conquistato la massima serie. Perché? Non lo so e non lo voglio sapere».
Guardi la foto di quella sua squadra e scelga un giocatore.
«Facile: Darione Hubner, che per me è un ricordo indelebile. Nel prepartita, quell’anno, si apparta sempre di nascosto a fumare dietro il pullman e una volta lo becco: “Sei un delinquente”.E lui: “Mister, due tirate le devo fare”. E io: “Allora fanne anche tre, basta che poi segni”».
Beh, di gol ne ha fatti.
«E infatti, poi, non gli dicevo più niente anche quando fumava nel bagno degli spogliatoi a fine primo tempo».
Nedo, andiamo avanti. Dopo la Salernitana lei va al Cagliari e al Palermo. Con due presidenti “difficili” come Cellino e Zamparini.
«Su Cellino preferisco soprassedere».
E Zamparini?
«Inqualificabile».
Negli ultimi anni allena Ancona, Catania, Cagliari, Ascoli, Cagliari, Brescia e, infine, Vicenza. In tutto, in carriera, si è seduto sulle panchine di 21 club differenti, ma mai su quella di una grande squadra.
«Mi sarebbe piaciuto confrontarmi con certe ambizioni e ci sono stato vicino due volte, ma è saltato tutto».
Quando?
«Nel 1986 mi chiama Pellegrini, presidente dell’Inter: “Sonetti, abbiamo contattato Trapattoni e attendiamo una risposta, ma dopo aver allenato Milan e Juve dubito accetti. Si tenga pronto per firmare”. Il Trap, però, dice di sì. Un anno dopo, invece, mi telefonano da Arcore dopo l’eliminazione del Milan, in Uefa, contro l’Espanyol: “Se perdiamo a Verona la prendiamo al posto di Sacchi”.
Ma i rossoneri vincono 1-0».
Sonetti, ultime domande veloci.
1) Rapporto con la religione?
«Buono, ma in chiesa non ci vado quasi mai».
2) Paura della morte?
«Più che paura sono curioso: vorrei sperimentarla».
3) Il giocatore più forte visto dalla panchina?
«Maradona».
4) Un suo calciatore che non è esploso malgrado le grandi potenzialità?
«Claudio Pierantozzi, che feci debuttare all’Ascoli a 17 anni. Qualità incredibili, era un diavolo, un dribblomane.
Mi chiama ancora spesso».
5) Nedo, dovesse raccontare a un bambino come giocavano le sue squadre?
«Facevano un grande pressing. Il mio calcio era aggressivo, ma corretto. E io ero bravo a entrare nelle teste dei giocatori: un buon allenatore deve essere un bravo psicologo».
Ultima domanda: c’è qualche tecnico nel quale si rivede?
«Sotto certi aspetti Gattuso: mi piace la passione che ci mette sempre e poi è grintoso e va alla sostanza. Come facevo io».