Due settimane per conquistare l’America, pochi giorni per ricambiare tutto. O perlomeno la superficie. Jannik Sinner lascia il cemento con la sensazione di aver raggiunto un livello che mai aveva raggiunto finora in termini di efficacia e costanza, affacciandosi alla stagione sulla terra con un dubbio solo apparente. Perché Monte Carlo, questa volta, non è soltanto l’inizio della stagione sul rosso. È casa, è occasione, è un passaggio che, in fondo, ha già scelto di attraversare. C’è ancora chi si interroga sulla sua presenza nel Principato, ma la direzione sembra tracciata. Non tanto per una questione geografica quanto per una dimensione ormai personale. Da sei anni il Monte Carlo Country Club è il suo quartier generale, il luogo in cui si allena, cesellando il proprio tennis. E poi c’è il campo, che come sempre decide. Monte Carlo può offrirgli la possibilità concreta di tornare numero uno del mondo: basterebbe fare meglio di Carlos Alcaraz durante il torneo, anche batterlo in un’eventuale finale. E allora la scelta, più che una decisione, diventa una conseguenza logica.
STANCHEZZA
Il vero nodo resta la stanchezza. Le due settimane americane hanno restituito la miglior versione di Sinner, una superiorità costruita sulla condizione atletica prima ancora che sui colpi, ma nel finale qualche segnale si è intravisto. È qui che entra in gioco la gestione. Monte Carlo dura una settimana, intensa ma breve, e può rappresentare un passaggio ideale per entrare sulla terra senza sovraccaricare il sistema. Poi lo stacco. Saltare Madrid, ricaricare per tre settimane e arrivare a Roma con un serbatoio pieno e una preparazione più mirata. Un percorso che ha una sua logica precisa e che punta a Parigi, obiettivo dichiarato di questa parte di stagione e non solo. L’unico Slam che manca nel bouquet.
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Le armi, intanto, non mancano. La base resta quella fisica, che negli Stati Uniti ha fatto la differenza più ancora dei colpi. Il servizio continua a garantire una quantità importante di punti gratuiti, anche se l’efficacia sulla terra è di sicuro di minor impatto che sul veloce; ma è soprattutto nella capacità di variazione che si intravede il salto definitivo. Perché giocare sul rosso non significa solo accorciare con la palla corta, ma saper cambiare altezze, rotazioni, tempi di gioco: in tal senso il top spin del mancino di Manacor, alias Rafael Nadal, per anni è stato il marchio di fabbrica di un dominio, una delle armi possibili su questa superficie, che Sinner ha già dimostrato di saper utilizzare. Resta da sfatare un ultimo tabù: Sinner non ha ancora vinto un torneo importante sul rosso. Lo scorso anno ha giocato appena due tornei su questa superficie: finale a Roma, persa contro Alcaraz, e Parigi sfiorata con tre match point non sfruttati sempre con lo spagnolo. Bastava un punto in più, uno soltanto, e oggi parleremmo di un’altra storia.
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