Generazione anno zero. Potremmo definirla così quella dei nostri figli, dei ragazzi che hanno dai 15 ai 20 anni e non hanno mai avuto negli ultimi 12 la gioia, il piacere, l’eccitazione e la frenesia di vivere un mondiale di calcio con l’Italia protagonista. Di vedere la nostra Azzurra del pallone in campo e non al mare. In ritiro e non in una spiaggia immalinconita per la terza mancata qualificazione come è avvenuto dopo la surreale mannaia calata a Zenica sui loro sogni, dopo quella del 2018 e del 2022. A questi ragazzi non è stato concesso fino al 2030 di vedere la squadra azzurra intenta a puntare alla coppa del mondo o, magari, solo ad andare avanti in un mondiale sino all’adrenalinica sfida che vale una vittoria o una sconfitta. Comunque di colorare un giugno-luglio e vivere, alla chiusura delle scuole, l’emozione che il gioco del calcio e il mondiale hanno regalato sino all’anno di grazia 2014. Quello dell’ultima partecipazione, in Brasile, quando la nazionale allenata da Cesare Prandelli e basata sull’estro folle di Balotelli, tentò di scalare la montagna stoppata nella partita dentro-fuori dall’Uruguay, quando un morso di Suarez all’orecchio di Chiellini e una successiva zuccata di Godin, frantumarono il sogno degli azzurri già al primo turno. Fu quella l’ultima volta che i nostri 15-20enni sognarono di ripetere quello che avevano vissuto i loro genitori, otto anni prima a Berlino. Dopo quel 2014, il vuoto. UTOPIA A Zenica, nello stadio simile a un campo da Subbuteo, sono stati premiati i sogni dei bambini bosniaci, nati in una terra che ha vissuto tragedie di ben altro tenore anni prima, e non quelli della nostra generazione che “zero” era e “zero” è rimasta. Prigioniera di un’utopia e non gratificata da una squadra azzurra che è andata per la terza volta alla deriva.
«Con i volti dei giocatori terrorizzati al momento di tirare i calci di rigore», ci ha raccontato Dino Zoff nell’intervista pubblicata in queste pagine. Lui che non è mai stato terrorizzato da nulla, in campo, e ha fatto sognare per davvero più di una generazione indicando sempre la strada dello sport puro, vincente e sano. E di un calcio che vedeva i bambini giocare per strada e cercare di imitare i propri miti: c’era chi preferiva Zoff, appunto, oppure Scirea, Bruno Conti o Tardelli. Anche se Paolino Rossi, in quel 1982, mise tutti d’accordo e sui nostri diari di scuola c’era la sua foto, magro ed esaltante, dopo la tripletta segnata al Brasile. Ai 15-20enni di oggi tutto questo è un universo sconosciuto, anche perché gli italiani di seconda generazione che in classe occupano il banco vicino e hanno altri obiettivi, magari tifano per nazionali che al mondiale sono riuscite a qualificarsi e che hanno spezzato i loro sogni.
SOGNI INTERROTTI E interrompere i sogni - seppur solamente calcistici - dei bambini è una condizione che nessuno di noi “anziani” ha patito. Fa male, oscura le giornate e la consolazione, oggi, può venire solo da altri giovani eroi del nostro sport: Sinner e gli altri tennisti, Kimi Antonelli, i ragazzi e le ragazze della magnifica pallavolo, gli sciatori e le sciatrici, i piloti delle moto. Non più dai calciatori. Il 15-20enne di oggi potrebbe finire per disinnamorarsi di questa nazionale di calcio che non parteciperà al mondiale più affollato di tutti i tempi, laddove ci saranno Congo e Haiti, Curacao e Capoverde. A giugno, quando le scuole saranno finite, i nostri ragazzi penseranno con una punta di nostalgia ai coetanei di Francia o Germania, Spagna o Inghilterra, Brasile o Argentina che andranno al mondiale di Usa-Messico-Canada per vincerli oppure, semplicemente, per giocarseli. E non resterà loro che il rimpianto.




