È un day-after agghiacciante anche per SuperDino che ha poca voglia di far finta di niente. Non gli riesce. Essendo un monumento del nostro calcio, un senatore accademico del pallone e un simbolo della nazionale, Zoff ci commenta la serata mortificante di Zenica.
Dino, un tempo sconfitte simili si definivano delle “Coree”.
«Sì perché si faceva riferimento al celebre ko ai mondiali inglesi del 1966 firmato da Pak Doo Ik. Ma lì, almeno, ci eravamo qualificati».
L’altra sera ha vissuto una serata inquietante anche lei che, nel calcio, ne ha viste e vissute di tutti i colori, vero?
«L’amarezza ha lasciato spazio al dolore perché non si è trattata della prima mancata qualificazione ma della terza. E tre indizi fanno una prova. Una roba surreale. La prima volta può essere un caso, la seconda e la terza no».
Le colpe di Gattuso?
«Non entro nel merito né faccio il pubblico ministero di Rino. Dico solo che Valcareggi venne linciato per il secondo posto a Messico ’70 dietro il Brasile di Pelè e Bearzot venne messo in croce per l’eliminazione, sedici anni dopo, contro la Francia di Platini».
La squadra ha lottato, dicono i vertici federali.
«Non scherziamo, il nostro campionato si gioca a ritmi talmente bassi che tale realtà si riflette in azzurro».
Manchiamo di campioni?
«I bravi giocatori ci sono ma non voglio più vedere calciatori che vanno piano, simulano, si gettano in terra, fingono. Ci vuole anche serietà oltre a una preparazione fisica adeguata. La Bosnia ci ha aggredito e ha vinto».
Chi salvare della squadra?
«Donnarumma che ha fatto due-tre parate da campione. Si deve ripartire comunque da lui. Palestra, poi, ha dimostrato coraggio».
Quando ha capito che si metteva male?
«Prima dei rigori, i nostri giocatori sono andati a batterli terrorizzati, erano pieni di paura. Nel calcio questa sensazione la si avverte».
Non le fa strano che Gravina non si sia subito dimesso come fece Abete dopo Brasile 2014? Gravina ha imitato Winston Churchill che disse: “Ho rassegnato le mie dimissioni ma poi le ho respinte”.
«Una bella battuta. Ma non vorrei entrare in un discorso politico che non mi riguarda. Mai stato un politico».
Eppure lei si dimise dopo gli Europei del 2000.
«Dove, peraltro, eravamo arrivati secondi per l’ultimo golden-gol applicato a una manifestazione internazionale dalla Fifa. Dopo, hanno tolto quella regola assurda che ci penalizzò. E Berlusconi mi diede addosso».
Ora che fare?
«Facile ripetere di azzerare tutto nel nostro calcio ma qualche provvedimento lo si dovrà pur prendere. In campionato giocano pochissimi italiani, ad esempio: il 30% dei calciatori, il 70% sono stranieri».
Cosa suggerisce?
“Se le norme lo consentono ridurrei il numero dei giocatori non italiani. Farei come nel basket dove una squadra deve avere nel roster un numero minimo, sei, di giocatori italiani».
E riformare la federazione scegliendo istruttori qualificati per chi inizia a giocare al calcio?
«È un’idea ma vorrei riportare i bambini a innamorarsi del mio sport. Oggi l’obiettivo di un ragazzino è giocare a tennis perché c’è Sinner oppure darsi alla pallavolo. I miti sportivi sono ormai altri, non i calciatori e la nostra nazionale paga anche questo».