C’è una luce in fondo al tunnel e arriva dal riassetto delle giovanili e dalle selezioni Under della Nazionale. È un cambiamento già in atto grazie a due situazioni convergenti: i club esteri che stanno investendo sui giovani italiani eli stanno formando secondo i dettami del calcio internazionale e il buon lavoro federale sulle Under. La semina c’è stata ed è in corso e sta per produrre il primo raccolto. Per raccogliere, tuttavia, serviranno persone disposte a sacrificare la gloria personale per trasformare i giovani talenti in giocatori da prima squadra.
È l’ultimo passaggio che ci manca, se è vero che a livello giovanile siamo già al passo con le migliori Nazionali del mondo. E non parliamo di risultati, che pure arrivano, perché non saremmo coerenti con la richiesta di ignorarli anche per la Nazionale maggiore.
Parliamo di stile di gioco che nelle Under è già di stampo europeo a livello tattico, fisico, di idee, di intensità e di gestione, dato che lì si riescono a valorizzare gli italiani di seconda generazione che, per i soliti limiti burocratici, in Nazionale maggiore arrivano tardi o, alle volte, mai.
Gli azzurrini che si stanno affacceranno al calcio dei grandi in questi mesi hanno caratteristiche profondamente diverse rispetto ai “trecinqueduisti” (li definiremo così, i calciatori compromessi dal virus del 3-5-2 speculativo che ha invaso il nostro calcio). I difensori sono predisposti al duello individuale, i centrocampisti abituati a giocare sotto pressione, gli attaccanti a dare profondità. E, soprattutto, esistono ali e trequartisti tecnici, figure che nelle due generazioni italiane “in corso” sono praticamente estinte.
Nel nuovo ciclo azzurro ci si aspetta un inserimento rapido di difensori di nuova scuola come Kayode (Brentford), Ahanor (Atalanta) e Reggiani (Borussia Dortmund), ma anche di profili offensivi e contemporanei come Vergara (Napoli), Tresoldi (Bruges) e Koleosho (Paris in prestito dal Burnley). Deve esserci un progetto per talenti puri come Liberali (Catanzaro) e Camarda (Milan). E già solo leggendo questi nomi intravediamo più spunto e coraggio, virtù totalmente assenti nell’Italia andata in scena in Bosnia.
E deve esserci un trampolino per i nomi importanti in Under 21 che, grazie al cielo, giocano all’estero: Chiarodia è un difensore già andato in gol in Bundesliga con il ’Gladbach e Mané ha già esordito in Champions con il Borussia Dortmund, e allora non si capisce perché non possano già giocare nella nostra bistrattata Nazionale maggiore.
I nomi ci sono anche “sotto”: Seydou Fini (Genoa), Samuele Inacio (Borussia Dortmund), Christian Comotto (Milan), Destiny Elimoghale (Juventus), Alessandro Ghiotto (Juventus), Matteo Palma (Udinese), Andrea Natali (Bayer Leverkusen), Raphael Kofler (Südtirol) e Guido Della Rovere (Bayern Monaco).
E ancora Baralla, De Paoli, Boccia e Colugnat, il blocco acquistato in estate dal Como che, nonostante le futili accuse di esterofilia piovute da chi giudica senza documentarsi, restituirà un patrimonio inestimabile al calcio italiano tra qualche anno. L’elenco è lungo, e ben venga che in molti stiano maturando all’estero, al riparo dal retrogrado calcio italiano, come Matteo Mantini (Grasshopper). A questi si aggiungono i fortissimi azzurrini attualmente in Under 20 quali Vavassori (Atalanta), Rao (Napoli), Nuamah (Sassuolo), guarda caso tutti trequartisti o ali offensive veloci e tecniche, per non dimenticare il prezioso Rispoli.
Per chiudere, va citato il caro “non-vecchio” Pafundi su cui Roberto Mancini aveva fondato non tanto una provocazione («La nostra lista convocati è Pafundi e poi tutti gli altri»), quanto un vero e proprio manifesto programmatico. L’idea di fondo era che la Nazionale maggiore debba, per forza di cose, forzare la convocazione di giovani che altrimenti non compirebbero mai il salto definitivo. Deve farsi ponte tra il percorso nelle giovanili e il calcio dei grandi. Un ponte, non un muro. E ovviamente, essere un ponte comporta il non dover per forza conquistare risultati ossessivi per un quadriennio che poi, per la cronaca, i risultati non li stiamo conquistando comunque, nel caso non ve ne foste accorti.




