C'è stato un momento in cui Gigi Buffon avrebbe potuto lasciare la Juventus. E non per la retrocessione in Serie B (non a caso, anche dopo Calciopoli, il portiere è rimasto in bianconero) ma per la presenza in panchina di Fabio Capello. A sostenerlo, nel corso di una intervista concessa a Luca Toni per Prime Video, è niente meno che Fabio Cannavaro.
"Le fortune di certi giocatori solo gli allenatori, faccio l'esempio mio con Capello, ma Ale (Del Piero, ndr) era considerato un giocatore simbolo della Juve e ha fatto fatica con Capello. Come faceva fatica Gigi", racconta Cannavaro, oggi ct dell'Uzbekistan.
"Ma perché? Non gli piaceva?", domanda Toni quasi incredulo. "Non lo so. Non avevano un bel rapporto", "Ma dai…", "Sai, Gigi era uno che comunque doveva sentire la fiducia". "Chi era il secondo? L'ha messo in discussione a volte?", insiste Toni. "Era Chimenti il primo anno e poi era Abbiati. Il secondo anno Abbiati fece un campionato straordinario. Ma perché Gigi venne da un infortunio, si fece male prima del Mondiale. E non avevano un bel rapporto col mister". Secondo Cannavaro, che con Toni e Buffon è diventato campione del mondo poche settimane dopo quegli avvenimenti, Capello "gli voleva dare un po' di competizione". "Non andavano d'accordo", se la ride Toni con l'ex difensore Pallone d'oro che conferma: "No, no…". Nessuna scenata negli spogliatoi, spiega: "Tra di loro magari no, però si percepiva questa cosa. Però ecco ci sta nella carriera... Come Ale: non giocava, il mister faceva giocare Ibrahimovic e Trezeguet". Capello, prosegue Cannavaro, "ti dava questo, ti stuzzicava anche, per farti rendere qualcosa in più".
"Quella squadra lì - ricorda ancora Cannavaro sulla Juve di Capello, 2004-2006 - era una squadra costruita per vincere la Champions. Noi non la vincemmo, secondo me, per il fatto che il mister utilizzava sempre stessi giocatori. Ti faccio un esempio. Quando vado a Madrid, un giorno io, dopo il 2006, facciamo una partita col Getafe e a un certo punto mi fermo e dico: ‘Ma cosa ci faccio qui?'. E il giorno dopo la partita vado dal mister, faccio: ‘Mister, io ho bisogno di vacanza'. Lui mi guarda e mi fa: ‘Ah sì, certo, prenditi la vacanza e stai in campo'. Io: ‘Ma come, posso?'. ‘No, no, stai lì, basta, non ti preoccupare, ci penso io al resto, stai lì'. Cioè, lui quando aveva i suoi uomini, lui li faceva giocare sempre, e forse questo è stato un po' il limite per di quella di quella squadra".