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Da “Morattiano” a “Marottiano”: il club è meno pazzo e non sbaglia mai le scelte cruciali

di Claudio Savelli lunedì 4 maggio 2026

3' di lettura

Questo scudetto ha un nome, Giuseppe, e un cognome, Marotta. L’uomo della continuità, della stabilità, della tranquillità. Tutte caratteristiche che l’Inter, nella sua ultracentenaria storia, non ha quasi mai avuto, perché se in passato è stata “pazza” in campo, è perché lo era anche al di fuori. Dal 2018 a oggi, invece, l’Inter è continua, stabile, tranquilla. Da morattiana a marottiana, inversione di due lettere e di un mondo intero. Da otto anni l’Inter abita stabilmente i piani alti del calcio e vi è rimasta ancorata persino di fronte a scosse come il passaggio forzato da una proprietà come Suning (che conservava ancora qualche tratto del vecchio mecenatismo all’italiana) a un fondo come Oaktree, pura espressione del nuovo pragmatismo finanziario che avanza. Praticamente nessuno si è accorto del cambiamento. Nessuno. L’Inter ha continuato a procedere spedita perché Marotta ha assorbito le scosse, sterilizzato le ansie e governato il club. E questo assioma vale anche per gli scossoni tecnici, come l’addio di Inzaghi.

Marotta ha lasciato che l’ufficialità arrivasse in ritardo rispetto alla naturale programmazione della stagione successiva, ma non per questo si è fatto prendere dal panico o si è fatto condizionare dall’umore nevrotico della piazza nella scelta del successore. Ed eccolo, il successore: Cristian Chivu è una mossa che solo Marotta poteva concepire e che solo l’Inter, tra le grandi del panorama italiano, poteva sostenere. Quella che per i più era una scelta al risparmio o, peggio, un’improvvisazione dettata dalla fretta, si è rivelata in realtà una mossa profondamente "pensata". Chivu era la risposta perfetta alle reali esigenze che aveva la squadra in quel preciso istante. Esigenze che potevano serenamente collidere con i desiderata della nuova proprietà: agli occhi di un fondo americano alle prime armi con il soccer, un tecnico esordiente offre meno garanzie rispetto a un profilo internazionale.

Una mossa in controtendenza rispetto alle logiche del nostro calcio e sorda persino alle suggestioni di nomi più "croccanti", da Fabregas a De Zerbi, che pure erano stati sondati in quei giorni. Era una situazione oggettivamente esplosiva: un fondo americano proprietario da una sola stagione, un gruppo che chiudeva un’annata epica ma avara di titoli, un allenatore vincente che salutava dopo un quadriennio logorante, una rosa in là con gli anni con diverse scadenze contrattuali fissate per l’estate successiva, il Mondiale per Club che incombeva all’orizzonte e un mercato da condurre. Altri club, in un contesto simile, sarebbero stati ostaggio di lotte di potere intestine per decidere a chi affidare la panchina e cosa fare della rosa. L’Inter, invece, è riuscita a decidere in fretta, ma concedendosi il tempo strettamente necessario per riflettere lucidamente. E questa è la più grande qualità di Marotta: sapersi prendere il giusto tempo per non agire mai d’impulso, dimostrandosi però tempestivo e implacabile nelle scelte cruciali. È un patrimonio di esperienza, certo, ma è anche e soprattutto puro talento manageriale. Ecco, la verità è che l’Inter ha talento anche dietro le scrivanie, laddove quasi tutte le rivali, ciclicamente, annaspano. Per questo motivo, per una volta, il personaggio chiave di uno scudetto non è un giocatore né un allenatore, ma un dirigente. O meglio, un presidente.

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