Gerry Cardinale rilascia un’intervista come se fosse un intervento sul palco in uno di quei summit di management e finanza che è solito frequentare. Non c’è un vero contraddittorio, c’è lui che si loda e chissà se s’imbroderà. Intanto si rivela per ciò che è: un uomo che pensa di avere la verità in tasca non solo sul Milan, ma anche sul calcio italiano. E allora verrebbe da domandargli come mai, pur avendo la verità in tasca, il Milan è peggiorato da quando è sotto la sua gestione: la lotta scudetto è un miraggio, la Champions è a rischio (servono 6 punti per essere sicuri tra il Genoa, domani alle 12, e il Cagliari) e un nuovo anno zero è all’orizzonte.
Dice Cardinale che il club è finanziariamente stabile ed è vero ma, dovesse fallire di nuovo la Champions, il bilancio si chiuderà in passivo. E non ci sarà più tutto il materiale da plusvalenza della scorsa estate: la rosa ora è ridotta all’osso e i nuovi acquisti (da Nkunku a Jashari, Ricci ed Estupinan) che non hanno reso sono stati pagati molto, quindi pesano parecchio a bilancio e, appunto, sono meno facilmente vendibili per generare plusvalenze. Se crollano sistematicamente i risultati sportivi, prima o poi lo faranno anche quelli finanziari che Cardinale definisce «sopra le aspettative». Perché il calcio non è uno sport americano: qui è il risultato sportivo a generare quello finanziario, non il contrario. TAMPONARE Se manca il risultato sportivo, nel breve si può tamponare a livello finanziario con il player trading con cui il Milan, solo nella scorsa estate, è riuscito a generare oltre 100 milioni di plusvalenze, e di questo bisogna dare atto a Furlani e Tare, pur nelle ormai note frizioni. Ma alla lunga, serve che funzioni la squadra. E che il pubblico ne sia soddisfatto, che vi si riconosca, che ci sia un’identità comune. Invece il Milan oggi è contestato dai suoi stessi tifosi, ed è una contestazione ben più strutturata del banale «demoralizzare la squadra», cosa che peraltro la curva non ha fatto, prendendosela prima di tutto con proprietà e dirigenza. Cardinale dice «di essere molto bravo» a fornire risorse, si dà «un voto più alto per i soldi che ho messo che per come li abbiamo spesi».
La parte buona (anche se i soldi non sono propriamente suoi, tant’è che dichiara di reinvestire i profitti del club) ha un nome, il suo; quella cattiva invece rimane buttata lì. Il modo peggiore per mettere a tacere «polemiche e falsità». Cita solo Allegri. «Rivaluterò tutto e tutti in estate», ma poi ieri nella riunione a Londra erano presenti solo Zlatan Ibrahimovic, Giorgio Furlani e Massimo Calvelli, manager in RedBird e già nel CdA del Milan, che non sembra interessato a rilevare il ruolo di amministratore delegato oggi ricoperto da Furlani. In ogni caso, se molti componenti del Milan sono egoriferiti, è perché lo è chi li governa, colui che «ha sempre vinto» nella classica visione un po’ tossica dei guru d’azienda. Anziché mettere nel calderone, senza citarla, l’Inter che «non si presenta a una finale di Champions e perde 5-0» e dire al calcio italiano che servono i soldi per fare le cose – che scoperta –, sarebbe il caso di concentrarsi sulle faccende di casa propria. E sistemarle “all’italiana”, per una volta: ovvero darsi una struttura tradizionale e codificata, inserendo dirigenti esperti e non alle prime armi, uomini di calcio e non di finanza. Paradossale, a tal proposito, che quello più fuori di tutti dal Milan sia Tare: il più esperto e il più “calcistico”.