Il tribunale dell’inquisizione progressista, sempre assetato di sangue, pronto a lanciare anatemi e a pretendere teste su un piatto d’argento in nome del Bene Supremo Woke, per una volta è rimasto a bocca asciutta.
La Fifa ha infatti assolto con formula piena Shaun Evans, l’assistente Var australiano finito nel tritacarne mediatico per il crimine più imperdonabile del millennio: aver mosso le dita in modo sospetto.
Il comitato disciplinare indipendente della federazione internazionale, dopo aver esaminato il caso con la dovuta (e forse eccessiva) serietà, ha confermato che non vi è alcuna prova di violazione del codice etico. Nessuna punizione, nessun licenziamento esemplare, nessuna pubblica abiura. L’indagine preliminare è stata chiusa, con buona pace dei professionisti dell’indignazione a comando che già pregustavano una spettacolare esecuzione professionale.
LA RIPRESA TV
La vicenda, che rasenta il ridicolo, era nata appena quarantotto ore prima, durante il match dei Mondiali nordamericani tra Germania e Curaçao. A pochi secondi dal fischio d’inizio, la regia televisiva internazionale aveva compiuto il consueto e apparentemente innocuo rito di inquadrare la sala Var. È in quel preciso istante che l’occhio orwelliano dei custodi della pubblica virtù aveva intercettato il dramma: Evans, posizionato lungo il fianco della scrivania, aveva compiuto uno strano movimento con la mano destra. Apriti cielo. Nel giro di pochi minuti, la macchina del fango social s’era messa in moto, trasformando un banale gesto in un caso politico globale.
Secondo l’attenta esegesi dei soliti soloni del web, spalleggiati prontamente dai megafoni del giornalismo “illuminato”, l’arbitro in questione aveva esibito nientemeno che il simbolo del “white power”, il famigerato marchio di fabbrica dei suprematisti bianchi. Una ricostruzione geometricamente perfetta secondo i canoni della paranoia contemporanea: pollice e indice uniti a formare un cerchio, le altre tre dita distese. Per la complottistica del politicamente corretto, una “W” e una “P” stilizzate che gridano vendetta.
Poco importa che per decenni quel gesto abbia significato semplicemente “Ok” o che chiunque, almeno una volta al giorno, muova le mani senza un disegno eversivo globale. Per i guardiani dell’ortodossia progressista, Evans era già un pericoloso radicale da bandire dal consorzio umano. La psicosi si è propagata con la consueta rapidità.
Persino The Athletic, il blasonato portale sportivo del New York Times, ha sentito il bisogno impellente di dedicare un chilometrico trattato ai gradi delle dita dell’arbitro australiano, mentre la rete antidiscriminazione “Fare” si precipitava a sentenziare che il gesto «assomigliava chiaramente» a un simbolo d’odio. La Fifa, spaventata dall’ombra del boicottaggio, aveva persino avviato una formale indagine interna, costringendo un professionista stimato (miglior fischietto della A-League 2018-19 e già veterano del Var in Qatar) a dover dimostrare di non essere un mostro.
IL VERDETTO
Alla fine, il verdetto ha ristabilito un briciolo di sanità mentale, accogliendo le ovvie spiegazioni dell’arbitro. Evans ha dovuto spiegare l’inspiegabile, ossia che si trattava di un banale tic involontario e subconscio, un movimento ripetuto decine di volte durante la partita mentre stringeva una penna tra le dita. «La copertura mediatica non rispecchia affatto chi sono», ha dovuto precisare, con l’amarezza di chi si è trovato improvvisamente catapultato in un incubo kafkiano. Stavolta la mannaia della cancel culture si è inceppata.
Non è andata come nel 2023, quando al preparatore atletico del DC United bastò un post social mal interpretato per essere licenziato in tronco. La Fifa ha scelto la via della ragione, archiviando il processo alle intenzioni e restituendo a Evans il diritto di fare il suo lavoro. Resta però il retrogusto amaro di una società talmente ossessionata dalle apparenze e dai propri feticci ideologici da vedere mostri ovunque, persino nei riflessi condizionati di un arbitro chiuso in una stanza piena di monitor. Correndo, chissà per cosa, il rischio concreto di rovinargli la vita.