L'ultimo atto è stato il rinnovo di Pio Esposito fino al 2031. Poi l'addio all'Inter: come riferisce Fabrizio Biasin, da oggi Piero Ausilio non è più il direttore sportivo nerazzurro. Una separazione avvenuta dopo 28 anni, dolorosa ma non certo inattesa. Finisce così il sodalizio vincente con Beppe Marotta, oggi presidente.
"Qualche settimana fa gli è stato proposto un anno di prolungamento (dal 2027 al 2028), ha capito che a monte non lo ritenevano più importante (in realtà lo aveva compreso da tempo) e ha declinato l'offerta. 'Prima però devo portare a termine il mercato'. Così ha fatto", scrive Biasin sui social.
Un bilancio con più luci che ombre, queste ultime inevitabili in un così lungo arco di tempo e con un club di vertice chiamato a non sbagliare quasi mai una mossa.
"Ha preso dei granchi e acchiappato succulenti parametri zero, è inciampato nei Kondogbia e ha brillato con i Calhanoglu e i Thuram. E per ognuna di queste operazioni si è preso applausi o pernacchie: c'è chi lo ha amato e celebrato e chi contestato e detestato. Fa parte del gioco", riconosce sempre Biasin secondo cui il vero compito di un direttore sportivo non è solo quello di scegliere i giocatori giusti, ma "dare equilibrio al gruppo, a mettere insieme stelle e comprimari, a convincere Tizio ad andare via e Caio a non accettare il corteggiamento di squadre ben più ricche. In definitiva, è quello che riesce a costruire squadre all’altezza".
Se oggi l'Inter è sempre considerata la favorita in Italia (e una delle più attrezzate in Europa), conclude Biasin, "nonostante disponibilità limitate, mercati faticosi, spesso a saldo zero e bilanci che, in contemporanea e per merito di tutti, sono tornati incredibilmente a sorridere", buona parte del merito è anche di Ausilio.