Il ritorno in campo è ancora lontano, ma la lunga assenza di Jannik Sinner potrebbe trasformarsi in un'occasione per ritrovare energie e motivazioni. Ne è convinta Tathiana Garbin, capitana della Nazionale italiana femminile di tennis, che al Corriere dello Sport ha parlato dell'infortunio al ginocchio destro che ha costretto l'altoatesino a chiudere anticipatamente il 2026. "L'infortunio è difficile per tutti, ti limita a fare qualcosa che ti piace, che ami, la tua passione — le sue parole — Quindi non è facile viverlo serenamente, ma io credo che questo ragazzo abbia veramente un sacco di risorse, riesce ad amare talmente tanto il tennis che questa pausa potrebbe solo rigenerarlo e dargli ancora più stimoli per tornare più forte”.
Parole di affetto per il cinque volte campione Slam, fermo dalla finale di Wimbledon vinta contro Alexander Zverev. Quello che inizialmente sembrava un fastidio gestibile si è rivelato un problema più complicato, convincendo Jannik a rinunciare prima alla trasferta americana e successivamente agli ultimi appuntamenti della stagione, comprese le Finals di Torino. L'obiettivo è recuperare completamente per tornare protagonista agli Australian Open del prossimo gennaio.
Garbin ha affrontato l'argomento durante un'intervista legata alla presentazione, alla Festa del Cinema di Roma, del docufilm ‘Vite in campo’, nel quale racconta anche la propria battaglia contro un raro tumore addominale. Un'esperienza che le ha cambiato profondamente il modo di affrontare le difficoltà: "Nel tennis impari ad avere una poker face, una corazza di ferro che è quasi impenetrabile. Invece la malattia ti insegna che devi saper chiedere aiuto, e quando lo fai capisci di avere delle persone vere vicino che ti stanno accanto e ti sostengono".
La capitana azzurra ha poi riflettuto sul valore del tempo e delle esperienze vissute: "A volte non serve la lunghezza, serve la profondità nella nostra vita". Anche il rapporto con la malattia, secondo Garbin, richiede un approccio diverso da quello di una guerra: "Io dico sempre che il nostro avversario non è un nostro nemico — conclude — E se impari a vederlo come una persona che ti mette davanti a una sfida difficile, puoi sfidarlo veramente con tutto quello che hai e credo che nella malattia sia la stessa cosa: io ho provato a fare così”.