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Francesco Moser: "Ho pedalato per 1 milione di km, ma ora uso solo la bici elettrica. Saronni? Vinceva contro nessuno"

domenica 8 novembre 2026

8' di lettura

«Mi segua, la porto in un posto speciale», dice, incamminandosi verso una salita tra vigne e alberi, Francesco Moser, 75 anni, leggenda del ciclismo. «Mi segua, la porto in un posto speciale». Una breve camminata in salita tra vigne e alberi («Guardi queste orme, sono dei caprioli che escono dal bosco: vengono qui e mangiano l’uva del Traminer, mentre quella dello Chardonnay non la toccano nemmeno. Incredibile»), il passaggio in un sentiero stretto stretto, una curva a destra ed ecco una specie di balconcino, affacciato su uno strapiombo, che dà su un panorama da sballo.

«Questo è quella che chiamiamo la “loggetta”, da qui si può ammirare tutta Trento. Ci vengo quando voglio stare solo e rilassarmi», racconta Francesco Moser, 75 anni, leggenda del ciclismo, indicando l’orizzonte. Alle sue spalle invece, dall’alto, si vede ancora meglio il Maso Villa Warth (a Gardolo di Mezzo), dove lui vive dal 1988 e dove sorge l’azienda vincola (gestita dal figlio Carlo e dal nipote Matteo: vengono prodotte 180 mila bottiglie l’anno tra vino e spumante) di famiglia. «Questa residenza risale al 1600 ed era del vescovo, io l’ho comprata e ristrutturata. In tutto sono 30 ettari compreso il bosco. Torniamo giù che le mostro il resto».

Questa a destra è una chiesetta?
«Entriamo».
Bellissima. Che Papa è quello con cui lei è ritratto nella foto appesa sopra l’inginocchiatoio? 
«Paolo VI. Partenza del Giro d’Italia dalla Città del Vaticano, anno 1974».
Come mai ride?
«Prima di incontrare il Pontefice ci spiegano nei dettagli il protocollo, cosa fare e cosa no. Ma quando è il turno di Guerrino Tosello succede l’impensabile: lui, anziché baciare l’anello, si butta addosso al Papa, abbracciandolo e stampandogli due baci sulle guance. Ora la porto al museo».
Trofei, maglie, bici: qui c’è di tutto. 
«Le biciclette esposte sono una trentina. Quella è del record dell’ora, quest’altra invece era finita in Messico e l’ho recuperata da una suora. Senta come pesa: io ho corso solo su telai in acciaio, mentre le bici di adesso sono più leggere, più aerodinamiche e performanti».
Ma lei, a 75 anni, pedala ancora? 
«Faccio circa 5mila km l’anno. Ma con l’elettrica, eh: la uso da 10 anni e non mi vergogno. Alla mia età è stupido fare della fatica per niente. Ho già dato».
Ha mai calcolato quanti km in bici ha percorso nella sua vita? 
«Penso un milione».
Elettrica o no, comunque lei è ancora in grande forma. 
«Peso 81 kg, solo due in più di quando correvo».
Moser è sempre uguale, ma è il ciclismo a essere cambiato. Le piace quello di oggi? 
«È tutto diverso. Le squadre importanti hanno grandi mezzi economici. Dicono che la UAE costi più di 50 milioni di euro l’anno: con quei soldi, negli Anni ’80, ti compravi tutto il ciclismo».
Come mai il movimento italiano è in crisi? 
«Non si riescono a trovare sponsor che possano sostenere squadre di livello. Il risultato è che abbiamo buoni corridori come Ganna e Milan, ma manca l’uomo di punta per le classiche».
Il fuoriclasse mondiale è Pogacar. Perché è così forte? 
«Sembra che abbia un fisico che gli permette recuperi immediati. Merckx per vincere faceva fatica e arrivava stanco, mentre questo va in fuga 50 km e all’arrivo se la ride».
C’è mai stato uno come lui?
«Forse l’unico che trionfava con tanta facilità, per tre o quattro anni, è stato il belga Freddy Maertens, che vinceva tutte le corse soprattutto in volata».
I maligni ipotizzano che Pogacar possa avere qualche aiutino tecnologico... 
«La gente dice tante cose, ma ora ci sono anche i controlli delle bici: se non ti fidi è inutile seguire il ciclismo».
Francesco, ma Pogacar è più forte di lei?
«Difficile fare paragoni in epoche diverse. Magari a cronometro l’avrei battuto, o anche in volata. Certo, sulla salita lui mi avrebbe stracciato».
Ed è più forte di Merckx? 
«No, per adesso Eddy è meglio perché ha vinto di più. Però Pogacar ha davanti ancora molti anni».
A proposito di anni, facciamo un salto all’indietro al piccolo Francesco Moser. 
«Nasco a Palù di Giovo, paesino di 500 abitanti, il 19 giugno 1951. Famiglia numerosa, siamo 12 fratelli e la vita è molto dura».
A 4 anni rischia di morire. 
«Precipito nel vuoto dal balcone dell’asilo, un volo di 3 metri. Nessuno viene a soccorrermi e la maestra, pensando non ci sia più nulla da fare, piange e porta i miei compagni in aula a recitare il De Profundis. Invece mi rialzo e, pieno di graffi, torno al banco per pregare con gli altri. E tutti gridano al miracolo. Ma non è l’unico grosso rischio».
Cioè?
«Fin da piccoli aiutiamo a lavorare nei campi. Una volta, portando l’uva a valle con i carri trainati dai buoi, prendo una cornata da un bue che è scivolato in un fosso. Guardi, ho la cicatrice sul mento: mi avesse colpito sulla tempia sarei morto sul colpo».
Quando inizia a pedalare?
«A quattro anni mi regalano un triciclo, ma la prima vera bicicletta da corsa è una Atala che mi gira mio fratello Aldo, già professionista».
Lei, però, comincia tardi a correre. 
«A 18 anni, e mi spinge proprio Aldo, perché non sono molto convinto. Fino a quel momento faccio il contadino».
E non pratica nessuno sport?
«Gioco a pallone nella squadra della parrocchia, come jolly a metà campo».
Per fortuna, poi, si convince ad andare in bici seriamente. La prima vittoria? 
«A Cavaredo, il paese della mezzofondista Nadia Battocletti. Poi, da Allievo, passo dilettante. Scusi, rispondo al telefono. “Bonjour”...».
Telefonata di lavoro?
«No, il 23 novembre ci sarà l’udienza dal Papa con tutta la dirigenza del ciclismo mondiale. Sono invitato anche io».
Torniamo alla sua carriera: primo ingaggio? 
«Dopo il servizio militare i miei fratelli mi mandano a correre in Toscana: 1 milione e mezzo di lire a stagione. Dopo due anni e venti successi passo a 4 milioni». 
Professionista dal 1973 al 1988, in totale vincerà 273 corse (tra cui un Giro, tre Parigi-Roubaix di fila, due Giri di Lombardia, una Freccia Vallone, una Milano-Sanremo, un campionato del mondo su strada e uno su pista nell’inseguimento individuale), record di successi per un ciclista italiano. Come è possibile che questo primato resista ancora a distanza di tanto tempo? 
«Io ho corso tanto e negli anni migliori vincevo 20 o 30 gare l’anno. Ora invece si corre meno e i campioni scelgono solo alcune manifestazioni».
Tanti successi, però ha conquistato un solo Giro d’Italia. Perché? 
«Non ero uno scalatore e la corsa rosa si vince in salita. Comunque ho fatto tre volte secondo».
E come mai ha partecipato a un solo Tour de France? 
«Le squadre erano composte da soli 13 corridori, se uno si ammalava o cadeva era un caos: si dovevano fare delle scelte».
Come era l’alimentazione di uno sportivo a quei tempi? 
«Mangiavamo delle gran bistecche e riso. Sempre e solo bistecche e riso. Poi hanno introdotto la pasta».
La sua carriera è stata caratterizzata dal dualismo con Saronni. 
«Non l’ho creato certo io, ce l’hanno buttato addosso. L’Italia era così, amava dividere i tifosi quando c’erano due campioni forti».
Eravate molto diversi.
«Lui era più velocista e scattista, io più cronometrista». E vi beccavate sempre. «Non siamo mai andati d’accordo: aveva sei anni meno di me e voleva sempre avere ragione, anche quando era nel torto».
Un battibecco indimenticabile in gara?
«Campionato italiano a Parma nel 1981, un mio compagno è in fuga, io sono davanti e Beppe è sempre a ruota. Il gruppo frena e lo faccio anche io, lui mi viene addosso e quasi cade: “Non sei capace di andare in bici”, mi dice. E io: “Sei dietro, conosci il codice stradale o no?”».
Anche a distanza di anni, però, continuate a litigare. 
«Io non vado più dove va Saronni perché ogni volta cerca la polemica, non riesce a farne a meno. Dice che è il suo carattere. Bah. L’ultima volta ha tirato fuori le solite cazzate sul fatto che gli avrei rubato il Giro e che avrebbe vinto più di me e bla bla bla. Gli ho risposto davanti a tutti: “Valgono più le mie tre Parigi-Roubaix che le tue cinquanta volate che hai vinto contro nessuno”».
Perché sorride?
«Una volta, durante un’intervista pubblica a teatro, chiedono ad Alessandro Ballan, ultimo campione del mondo italiano: “Chi tifavi quando eri piccolo?”. E lui: “Ero per Saronni, ma dopo essere stato in squadra con lui ora sono per Moser”».
Non male. Restiamo a quegli anni: Battaglin dice che era un ciclismo Far West in cui si vedeva di tutto. 
«Sa chi ha inventato le spinte in gruppo? Magni e Coppi: quando siamo arrivati noi c’era l’abitudine che i gregari, se si andava piano, spingessero i capitani. Poi hanno messo in mezzo le moto per cercare di impedirlo finché ad un certo punto io e Saronni ci siamo detti: “Basta, non ha senso giocare a guardie e ladri”. E abbiamo abolito le spinte».
A livello di doping? Prendevate qualcosa? 
«I dottori, per aiutarci a recuperare, ci davano medicinali - tipo il Cromaton Cortex - che ai tempi erano permessi e sono diventati doping solo successivamente».
E le trasfusioni?
«Sono venute fuori più avanti, ma non erano dannose e le facevamo tutti. Il problema è che c’era gente che le faceva col sangue degli altri: così diventava pericoloso».
Moser, lei per tutti era “Lo Sceriffo”: dicevano che decideva se una fuga poteva partire o no. 
«Magari fossi stato così potente. Il soprannome lo inventarono Rosola e Magrini e l’ho sempre preso come uno scherzo».
Con i gregari che rapporto aveva?
«Alcuni ci mettevano l’anima, ma altri se ne fregavano e ti vedevano vincere le corse da casa dopo essersi ritirati: io pretendevo che si impegnassero».
Lei ha smesso nel 1988.
«È stata una liberazione perché, dopo 20 anni sempre a tutta, non ce la facevo più con la testa».
Moser, ultime domande veloci. 1) Il successo cui è più legato quale è? 
«Il Giro d’Italia, perché lo costruisci giorno dopo giorno. Ma anche il record dell’ora a Città del Messico (23 gennaio 1984: 51,151 km), che ha fatto da spartiacque nel ciclismo a livello di tecnologia».
2) Il corridore più matto che ha conosciuto? 
«Lo spagnolo José Manuel Fuente, scalatore incredibile. Ma totalmente ingestibile: partiva in fughe senza senso, a volte a 200 km dall’arrivo. E lo riprendevamo sempre».
3) A proposito di scalatori. Cosa ne pensa di Pantani? Le piaceva? 
«Ma sì, sapeva come fare a correre. Ma prima era Gesù Cristo, poi l’hanno messo in croce e poi è diventato un eroe».
4) Quello che avrebbe potuto fare di più?
«Baronchelli».
5) Il suo primo idolo?
«Il francese Jacques Anquetil».
6) Ha rimpianti?
«Aver perso molte corse perché ero troppo impulsivo».
7) Parliamo di politica: qualche settimana fa a “Un giorno da pecora” ha detto che «la Schlein è come Saronni, è capace solo di andare contro». 
«Non le va bene mai niente. A questi della sinistra mi piacerebbe dare in mano il governo per vedere cosa combinano: non hanno mai risolto nessun problema».
8) Come è la vita privata di Francesco Moser? 
«Ho divorziato e da sei anni ho una nuova compagna: Mara Mosole, anche lei ha corso in bici ed è una ex campionessa d’Italia».
9) Suo figlio Ignazio si è sposato con Cecilia Rodriguez e così lei è diventato anche parente di Belen. Vi frequentate? 
«Sì, è stata anche qui».
10) Francesco, lei ha vinto 273 gare. Ma in Italia c’è qualche corsa nella quale non ha mai trionfato? 
«Sono tre: il Trofeo Laigueglia, il Giro dell’Emilia e il Gran Premio Industria e Commercio di Prato».
Ultima domanda: tra i nipoti c’è un nuovo Moser? 
«Pietro, 14 anni, figlio di mia figlia Francesca, l’anno scorso ha vinto sei corse da esordiente. Però non è un Moser, di cognome si chiama Revolti... Poi ci sono Simone e Federico Moser, di 7 e 10 anni, figli di mio nipote Leonardo: sono piccoli, ma vincono già».

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