Il confronto tra Italia e Spagna si sposta in sede europea. Stamattina è in programma la videoconferenza dei ministri dell’Interno, convocata d’urgenza su richiesta di Giorgia Meloni e di altri ventuno leader dopo il disastro di Ceuta. Ieri il premier portoghese Luís Montenegro, che sabato non aveva firmato la lettera dei ventidue, ha dichiarato di condividerne il contenuto, sostenendo che una politica «rigorosa» in materia di accoglienza e rimpatrio è «la strada giusta da seguire». Un altro segnale dell’isolamento di Pedro Sánchez, e non l’ultimo. Ursula von der Leyen ha scritto al premier spagnolo, apprezzando il modo in cui ha affrontato l’emergenza, ma al tempo stesso ha fatto propria l’agenda degli altri ventidue leader, indicando le cinque cose che occorre fare: prevenire la migrazione irregolare attraverso la cooperazione con i Paesi terzi; rafforzare le frontiere esterne; implementare sistemi di allerta precoce; smantellare le reti di trafficanti; potenziare i rimpatri.
Significa che nella sostanza condivide la linea di Meloni e dei suoi alleati. Una linea confermata ieri durante la riunione del comitato degli ambasciatori dei ventisette Stati membri presso la Ue, convocato per preparare il vertice cui parteciperanno Matteo Piantedosi e i suoi colleghi. L’Italia ha insistito sull’urgenza di rendere più efficaci i rimpatri, anche facendo partire rapidamente «progetti pilota» per creare «return hub» nei Paesi terzi. È il modello avviato dal governo Meloni in Albania, ma stavolta tutto avverrebbe all’interno dell’ordinamento europeo e con fondi Ue. Roma chiede inoltre di eliminare i «fattori di attrazione» (tra i quali la lettera citava «la regolarizzazione di un numero molto elevato di migranti irregolari», con chiaro riferimento alla sanatoria spagnola). È stata sottolineata anche la necessità di attuare subito la Dichiarazione di Chisinau, sottoscritta pure dalla Spagna, che riconosce la legittimità degli hub di rimpatrio fuori dalla Ue e stabilisce che proteggere i propri confini è per gli Stati «un obbligo e una necessità». Oggi Piantedosi potrebbe mettere sul tavolo anche il rafforzamento dell’agenzia europea Frontex e dei partenariati economici con i Paesi terzi, per indurli a ospitare i centri in cambio di cooperazione e investimenti.
Sulla proposta di creare hub europei fuori dai confini dell’Unione sono emersi nuovi dettagli. Questi centri potranno svolgere due funzioni: ospitare temporaneamente le persone in attesa del rimpatrio nel Paese di origine o in un altro Paese terzo, oppure - ed è una novità - costituire la loro destinazione finale, d’intesa con il Paese ospitante. Potranno essere istituiti solo in Paesi che rispettino il diritto internazionale, incluso il divieto di trasferire una persona in un Paese in cui potrebbe essere sottoposta a persecuzioni, torture o trattamenti inumani, e non potranno esservi trattenuti i minori né le famiglie con minori. La lista provvisoria dei Paesi ospitanti comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. Lo scontro tra Roma e Madrid, intanto, è andato avanti. Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha attaccato l’Italia, sostenendo che è stata «assolutamente inondata di immigrati irregolari», con le «crisi ripetitive» di Lampedusa «che non è capace di risolvere». Fonti del Viminale replicano con i numeri: da gennaio a oggi gli sbarchi sono calati del 55% rispetto all’anno scorso e dell’82% rispetto al 2023, primo anno del governo Meloni. Quanto a Lampedusa, ambienti di governo fanno notare che l’isola è tornata a essere una normale località turistica in cui c’è un hotspot che ospita poche decine di persone, «mentre quando siamo arrivati ci bivaccavano anche tre-quattromila persone. Prendendola come esempio, gli spagnoli hanno fatto un grosso errore».