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Salerno, il jihadista che progettava granate e molotov: ecco dove voleva colpire

di Simone Di Meo giovedì 8 ottobre 2026

4' di lettura

Una fotografia di piazza San Carlo, a Torino. La richiesta di istruzioni per costruire granate e molotov. E poi quel messaggio: “Una semplice bomba carta, ma fa un grosso botto”. Sono alcuni dei particolari contenuti nell’ordinanza con cui, il 5 ottobre, il gip di Nocera Inferiore ha convalidato l’arresto di Walter Lambiase e disposto la custodia cautelare in carcere.

La storia comincia alcune settimane prima. Parlando con l'amico Roberto A., Lambiase avrebbe raccontato di essersi avvicinato all'ideologia radicale tra il 17 e il 18 agosto, dopo aver trovato alcuni manuali dell'Isis ed essere entrato in una chat privata che riteneva collegata ad Al-Qaeda. Da quel momento avrebbe iniziato a progettare la traduzione di tutorial per fabbricare bombe e lanciafiamme, da condividere con altri utenti attraverso gruppi destinati anche al reclutamento. Per rendere più difficile la propria identificazione, avrebbe chiesto un altro telefono e una SIM non intestata. Anche Roberto A. sarebbe stato invitato a partecipare: “Taggia fa tras pure a te”, avrebbe scritto in un messaggio in dialetto salernitano. In un altro passaggio, riportato dal giudice, compare una frase ancora più inquietante: “Anzi i cristiani enna murì (devono morire, ndr) tutti quanti”.

Alle parole si sarebbero aggiunte iniziative sui social e la raccolta di materiale sospetto. Il 16 settembre il giovane avrebbe ripubblicato su TikTok l'immagine “LAMANIIO LIBRARY”, associata a un progetto di diffusione di guide per realizzare ordigni. Quattro giorni dopo, sul suo cellulare sarebbe stato salvato un filmato con le istruzioni per preparare un composto esplosivo, accompagnate da simboli dell'organizzazione terroristica e dal logo “LAMANHO”. Il 30 settembre, invece, un'altra registrazione lo avrebbe mostrato mentre esibiva le pistole successivamente sequestrate dalla polizia.
Tra gli episodi ricostruiti dagli investigatori spicca lo scambio con un interlocutore identificato soltanto come “lite”, del quale è ignota la vera identità. Lambiase gli avrebbe domandato come procurarsi una granata e dove reperire indicazioni per fabbricare anche bottiglie incendiarie. Alla domanda su quale fosse il luogo prescelto, avrebbe risposto inviando una fotografia di piazza San Carlo, precisando di non avere ancora definito il piano.

La scelta di quell'immagine non è un particolare secondario nella ricostruzione investigativa. Si tratta di uno degli spazi pubblici più conosciuti e frequentati del capoluogo piemontese. Il suo riferimento, all'interno di una conversazione dedicata ad armi ed esplosivi, ha quindi assunto un rilievo particolare nella prospettazione accusatoria.

Il dialogo tra i due sarebbe poi proseguito su Privutrust. Il 24 settembre l'indagato avrebbe annunciato di aver compiuto progressi, sostenendo di essere riuscito a preparare una bomba carta. È in questa fase che compare la frase sul “grosso botto”. Il gip considera credibile il racconto e ritiene possibile che il manufatto sia stato fatto detonare.

La perquisizione dei dispositivi elettronici ha aggiunto altri tasselli. Nell'iPhone comparivano documenti dedicati a sostanze tossiche, inneschi e miscele esplosive. Sullo Xiaomi era conservata una guida intitolata “come produrre polvere da sparo senza mulino a palle”, mentre il computer portatile conteneva ricerche su cinture esplosive, bombe fumogene e attentati. Materiale che gli investigatori hanno esaminato insieme alle comunicazioni recuperate e ai video presenti nella memoria degli apparecchi.

Durante le operazioni erano state trovate anche due pistole Bruni, una Automatic 96 e una Olympic 38. Secondo la polizia, entrambe erano state modificate rispetto alla configurazione originaria di armi a salve. Una circostanza che ha portato il pubblico ministero a cambiare l'imputazione durante l'udienza, passando dalla detenzione alla fabbricazione. 

Il gip ha quindi respinto la possibilità degli arresti domiciliari. A motivare la decisione è stato il rischio che il giovane, una volta tornato a casa, potesse riallacciare i rapporti attraverso Internet e riprendere le attività oggetto dell'indagine. Da qui la scelta di mantenerlo in carcere. Lambiase è assistito dall'avvocato Antonello Lamberti del Foro di Nocera Inferiore.

Nel corso dell'udienza è stato valutato anche un referto del Dipartimento di salute mentale presentato dalla difesa. Il documento descriveva alcuni tratti emotivi e impulsivi, senza individuare patologie capaci di incidere sulla capacità dell'indagato.

Restano da completare la perizia balistica sulle due pistole e gli approfondimenti sui contenuti digitali. Le accuse dovranno trovare conferma nel processo, ma quanto raccolto dagli investigatori merita la massima attenzione. I riferimenti alle organizzazioni jihadiste, la ricerca di conoscenze tecniche per costruire ordigni, i contatti con altri utenti e l'indicazione di un luogo pubblico italiano compongono una sequenza che il giudice ha considerato sufficientemente grave da giustificare la custodia cautelare. Non basta una conversazione su Internet per dimostrare la preparazione di un attentato. Ma quando ai messaggi si accompagnano materiali, richieste operative e armi sequestrate, ignorare i possibili rischi sarebbe davvero pericoloso.

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