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Memoria dei luoghi e segni d'arte a Punta della Dogana

sabato 23 marzo 2019
2' di lettura

Venezia, 22 mar. (askanews) - All'ingresso della mostra, la grande tenda di Felix Gonzalez-Torres accoglie il visitatore con una sensazione rassicurante: si sta per avventurarsi in qualcosa di noto, di riconoscibile. Dopo pochi metri però, una volta immersi di nuovo negli spazi di Punta della Dogana, i parametri acquisiti dalle esposizioni precedenti cominciano a sfuggire e l'avventura della visita torna a farsi nuova e imprevedibile. "Luogo e segni", curata nel museo veneziano dal direttore di Palazzo Grassi-Punta della Dogana, Martin Bethenod, insieme a Mouna Mekouar, è un percorso dentro paesaggi interiori che prendono una forma attraverso la mediazione della natura, della poesia e, ovviamente, della creazione artistica. Storie che emergono a poco a poco, che richiedono una permanenza nello spazio espositivo e che, quando il visitatore comincia a prendere confidenza, assumono una chiarezza e un ritmo crescente. Esattamente come fa la poesia, cui la mostra si avvicina anche per il fatto che, essendo pure una celebrazione dei dieci anni di attività di Punta della Dogana come sede espositiva della Collezione Pinault, ripropone opere già esposte in altre mostre qui, come appunto la grande tenda all'ingresso, che stimolano correlazioni con gli oggetti, metafora di se stessi, ma anche della nostra memoria di loro. E proprio la memoria dei luoghi è uno dei temi che attraversano orizzontalmente la mostra, ma accanto a questo spiccano delle "conversazioni" tra le opere esposte, soprattutto con l'artista e poetessa Etel Adnan, colei che in qualche modo dà il timbro a tutto il racconto. Che vive anche di una forte idea di relazione con la natura, che Roni Horn ricompone attraverso le poesie di Emily Dickinson applicate su sbarre di alluminio oppure con dei pozzi d'acqua colorati, mentre Hicham Berrada sceglie una serie di serre dentro le quali si prolunga l'unicità del crepuscolo. Ci sono però anche i "segni" e uno dei punti chiave della mostra ha a che fare con un'idea forte di meta narrazione. Per il visitatore infatti tutto cambia quando si imbatte nel film "Marilyn" di Philippe Parreno. Il racconto in assenza, la voce immaginaria, la città fittizia. Tutto, nel film di Parreno, è pura letteratura visiva, somma implicita dell'umore di fondo dell'intera esposizione, che trova un proprio straniante contrappunto in una delle sale più affascinanti dello spazio espositivo, affacciata su tutta la Laguna veneziana, dove Sturtevant ricostruisce una delle più famose installazioni di Gonzalez-Torres. Come se la presenza reale dell'artista nella prima sale fosse, poco più in là, diventata solo narrazione della propria possibilità, una radiosa conferma dei molti livelli nei quali un'opera d'arte può pensare di esistere. E chissà se tutto questo è davvero reale.

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