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F1, Jody Scheckter: io, un tipo fortunato, sono rimasto vivo

domenica 8 settembre 2019
3' di lettura

Milano, 6 set. (askanews) - Quaranta anni fa vinse il Campionato mondiale di Formula Uno con la Ferrari inanellando il titolo con una vittoria a Monza in parata con Gilles Villeneuve, oggi -dopo aver avuto un successo milionario vendendo simulatori di puntamento per lìaddestramento sia militare sia civile negli Usa - titolare di una ìfattoria con oltre mille bufale, leader di mercato in UK per la produzione e la vendita di mozzarelle. Jody Scheckter, alla soglia dei settanta anni, guarda alla sua carriera di pilota e di businessman senza alcun rimpianto, e soprattutto contento di aver fatto le scelte giuste al momento giusto, a cominciare da quella di abbandonare le corse pochi mesi dopo la conquista del campionato mondiale, come racconta in questo incontro a Milano in occasione del 40esimo anniversario della sua vittoria iridata. "A volte le persone si chiedono: 'cosa farò ora, cosa farò dopo questo traguardo'. In realtà io non l'ho mai fatto, andavo diritto, seguendo una strada che mi tirava dentro passo dopo passo. Così quando ho cominciato a gareggiare, non c'era un perché: era come se avessi una magia dentro di me - racconta Scheckter - Perché poi ho lasciato le corse? Beh, ogni anno morivano almeno uno o due piloti e ho sentito che la magia in me era finita. Avevo conquistato il Campionato mondiale, che era quello che volevo, e quindi sentivo che era il momento di fare qualcosa di diverso. E fu una buona decisione". Scheckter fu il primo pilota a tenere per se i diritti sul proprio casco, facendoselo sponsorizzare dalla Perfetti con il marchio italiano delle chewing gum più famoso al mondo "Brooklyn". Un solo marchio, sulla felpa, ma soprattutto su un casco che già allora era un'icona con una larga fascia gialla in campo bianco a ricordare le sue origini sudafricane. Una scelta che rapidamente fece scuola tra i colleghi. "Non ricordo come accadde, volevo uno sponsor importante, non mi interessavano tanti piccoli marchi, cose tipo occhiali da sole e simili. Era un main sponsor e andava bene per me - prosegue il campione - I soldi sono importanti? Dipende dalle situazioni della vita. Nelle corse non si guadagnavano molti soldi, e in qualche modo sotto quell'aspetto ci si sente insicuri: al ristorante dovevi controllare se il conto era giusto e se te lo potevi permettere. Poi ho avuto grande successo in America, e i soldi sono diventati via via sempre meno importanti . Oggi Scheckter è un ricco uomo di affari, che sa prendersi in giro e parla volentieri di se e della sua vita, sorpassando così negli anni lo Scheckter pilota indicato come "l'orso" per tre anni vincitore della "Lemon Cup" per essere stato il pilota meno collaborativo con i giornalisti. E da uomo di affari guarda con attenzione alle sue finanze. "Io sponsorizzare la Ferrari? Macché - ribatte ridendo - Potrei al massimo sponsorizzare il ragazzo che pulisce l'auto. Il mio non è stato un buon business fino ad ora. Ho perso un sacco di soldi per 15 anni perché non sapevo cosa stavo facendo. In America sì, sviluppavamo tecnologie e il business cresceva molto velocemente. Mentre nel food c'è bisogno di un profondo background di conoscenze, devi controllare ogni singolo aspetto e risultato, cosa che non facevo certo quando ero in America dove mi concentravo su come migliorare i diversi componenti. Insomma, con il mio business non riuscirei a sponsorizzare me stesso". Ma modestia e autoironia non riescono a nascondere una volontà fortissima e una sana consapevolezza delle proprie risorse. "Più duramente lavori più fortunato puoi diventare - conclude Scheckter - In pista poi il risultato pù importante era rimanere vivo. E io sì: sono un tipo fortunato".

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