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Vertigine della catalogazione, le meraviglie di Fondazione Prada

sabato 28 settembre 2019
3' di lettura

Milano, 23 set. (askanews) - Il sarcofago di un toporagno mummificato che risale al IV secolo a.C. è l'espediente narrativo che introduce nel mondo della mostra, pronta poi a spalancarsi come una sorta di illusione ipnotica vertiginosa sopra una collezione di meraviglie che appartenevano agli imperatori della casata degli Asburgo. In Fondazione Prada a Milano è aperta la mostra "Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori", un progetto espositivo concepito dal regista Wes Anderson e dalla illustratrice e scrittrice Juman Malouf, che, incidentalmente, sono anche marito e moglie. Un'idea di curatela d'artista che presenta 537 opere d'arte e oggetti provenienti dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, ma anche dal "gemello" di Storia Naturale, e che ha la sua caratteristica "contemporanea" soprattutto nella, se ci passate il termine, "forma mentale" che lo sostiene. Mario Mainetti, curatore associato della mostra per la Fondazione, ci ha introdotto nel meraviglioso mondo di queste teche. "Il progetto - ha spiegato ad askanews - è presentato anche in forma di Wunderkammer e quello che è interessante è vedere come gli artisti hanno costruito una diversa narrativa rispetto a quella del museo tradizionale: le opere non sono presentate in gruppi compatti per epoca o tipologia, sono invece presentate come farebbe un collezionista a casa: per similitudine, per contrasto, per vicinanza cromatica con dei dialoghi all'interno delle vetrine o tra le diverse pareti". La mostra era nata proprio per il museo viennese, e a Milano arriva in una seconda versione, più vasta per superficie espositiva e opere. Quello che colpisce subito, però, è la densità dell'esposizione, la sua ricchezza specifica, cui si accede, dopo una possibile iniziale sensazione di spaesamento, attraverso la storia segreta che ogni oggetto porta con sé. Oltre che nel momento in cui si realizza che le vetrine, illuminate in un modo talmente perfetto da sembrare irreale, anziché essere un elemento che distanzia, rappresentano un avvicinamento alle opere, uno strumento di possibile intimità. Naturalmente misteriosa e generatrice della curiosità. "Curiosità - ha aggiunto il curatore - è sicuramente una parola chiave per questa mostra che, pur avendo una solida base scientifica dei capolavori, è una mostra che cerca il contatto diretto con le opere, chiede la curiosità del pubblico. Ci sono ovviamente dei filoni di ricerca che diventano sezioni in mostra, ma non sono dichiarate. Wes e Juman vogliono che siano percepite". Naturalmente ad avere un peso è anche il nome di Anderson, regista di culto autore de "I Tenenbaum" o "Grand Budapest Hotel". Poi però, quando ci si avvicina davvero alle teche, qualcosa cambia in modo significativo. "Io penso - ha concluso Mario Mainetti - che entreremo tutti in questa mostra per vedere quali sono le opere preferite di Wes Anderson e Juman Malouf. In realtà usciremo tutti con una nostra personale collezione, con le nostre opere preferite. Dal punto di vista museale, noi abbiamo definito questo un tentativo di avere una versione democratica della Wunderkammer principesca". E se si pensa che le opere spaziano da qualche miliardo di anni fa, con un frammento di meteorite, fino a tre uova di emù commissionate appositamente per la mostra nel 2018, ecco che forse si capisce che, comunque, qui si va al di là di qualunque facile tentativo di classificazione, pur essendo l'esposizione stessa una grande e ambiziosa manifestazione della stessa volontà di classificazione.

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