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Le onde del nostro tempo: dire Roman Opalka tra Milano e Venezia

sabato 18 maggio 2019
2' di lettura

Milano, 17 mag. (askanews) - Guardando i celebri quadri con le sequenze di numeri di Roman Opalka si ha la netta sensazione di stare osservando il frangersi delle onde del tempo. Le sue tele, dal formato sempre uguale, ricordano l'incessante processione di flutti di passato e futuro che si incrociano inestricabilmente a ogni risacca, all'infinito. Per questo il titolo della mostra in due capitoli organizzata su di lui da Building a Milano e alla Fondazione Querini Stampalia a Venezia è semplice e inequivocabile: "Dire il tempo". La curatela, di entrambe le esposizioni, è affidata a Chiara Bertola. "E' un lavoro pazzescamente appassionante - ha spiegato ad askanews - perché parla di una cosa che non è possibile percepire, come il tempo che passa ed è una cosa che ci coinvolge tutti, quindi siamo assolutamente dentro quella dimensione. E quando un artista ti porta dentro quella dimensione, filosofica ovviamente, in questo modo così concettuale, così complesso come lui ha fatto, perché poi è anche pittura , è la sua vita, insomma ci sono questi due binari sui quali viaggia, che sono poi messi insieme nel suo lavoro". Uno dei padri del concettualismo, Opalka ha immaginato il proprio lavoro come una somma di dettagli, frammenti di un tutto che, come era accaduto con Piero Manzoni in Italia, non lascia distinzioni tra l'arte e la vita. Così accanto alle tele ecco gli autoritratti fotografici nel tempo, altra testimonianza della indispensabile presenza del corpo dell'artista nel lavoro. E a Venezia per la prima volta sono esposti insieme il primo dipinto della serie e l'ultimo, lasciato incompleto nel momento della morte dell'artista, nel 2011. "Il numero 1 è incredibile - ha aggiunto Chiara Bertola - perché si vede la lotta che lui fa: è pieno di errori, pieno di misure che sta provando. E a Querini saranno presenti anche due esercizi che non erano mai stati esposti, che so o esercizi di lui che prova i numeri, la grandezza del numero. E' molto interessante. E' come se lui, nel momento di dipingere il numero uno, facesse un salto nel vuoto, perché sa che per tutta la vita lui dovrà rispettare questo programma che è proprio la metafora della nostra esistenza". Dall'1 all'infinito, tutto accade in questo intervallo solo apparentemente immaginario, in realtà concreto come lo spazio della vita di ciascuno di noi, che l'opera di Roman Opalka - di cui a Milano sono documentate anche le parti giovanili, precedenti alla svolta numerica del 1965 - ha nel suo modo apparentemente freddo raccontato invece con una evidenza che si palesa stando in piedi davanti ai dipinti.

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