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Noi e l'intestino: un libro su un rapporto a volte difficile

sabato 19 maggio 2018
2' di lettura

Roma, (askanews) - L'intestino non è un organo qualunque ma una sorta di ecosistema complesso capace di regolare molte funzioni del nostro organismo. Qualcosa che non possiamo controllare ma che incide spesso in modo significativo sulla nostra vita di tutti i giorni. Ne parliamo con Enrico Stefano Corazziari, professore di gastroenterologia, oggi senior consultant presso Humanitas che a questo rapporto a volte conflittuale e in particolare alla sindrome dell'intestino irritabile, ha dedicato il libro "Noi e il nostro intestino". "C'è un rapporto molto diverso con l'intestino rispetto a quello che abbiamo con altri organi - spiega - perché respiriamo ma non dobbiamo gestire i polmoni, il cuore batte senza che interveniamo: l'intestino regola la nostra vita quotidiana, ci spinge a mangiare con la fame, ci induce a liberarlo quotidianamente o quasi e anche questo è un impegno che dobbiamo gestire, ma quando questi sistemi si alterano per qualche motivo, l'esempio più tipico è la sindrome dell'intestino irritabile, lì si avvia un rapporto conflittuale. Dobbiamo adattarci a dolore, diarree improvvise, e questo altera i nostri comportamenti; ci adattiamo, ma la nostra vita può risultare molto limitata se il disturbo diventa severo". L'intestino ha le cellule nervose all'interno, tante quante ce ne sono nel nostro midollo spinale e sono identiche a quelle del cervello, cosi qualsiasi cosa che avvenga a livello intestinale viene recepita in maniera inconscia dal nostro cervello. Uno stress esterno si riflette anche al livello dell'intestino. "Il mio libro - spiega il professore - ha tre intenti: uno è in generale per chi voglia conoscere di più il proprio intestino, l'altro è per chi soffre di intestino irritabile, diversi milioni in Italia e per un 20% si tratta di disturbi molto severi che limitano fortemente la vita, e il terzo intento è quello di parlare ai medici che devono potersi relazionare con i pazienti, nell'ottica di migliorarne la vita, spiegando come mai avvertono i sintomi, dal momento che caratteristica di questa malattia è la mancanza di indicatori biologici, come la glicemia alta per il diabete ad esempio". "Soffro moltissimo e nessuno mi sa spiegare perché" spiega il professore. Dunque una malattia sottovalutata, cosi come sono sottovalutate le sofferenze dei pazienti: "Molto sottovalutata. Non è riconosciuta, invece andrebbe vista come ad esempio l'emicrania, molto destruente per chi ne soffre, con l'intestino si entra in un circolo vizioso di disturbo, ansia che a sua volta poi si riflette nuovamente sul l'intestino e la situazione va peggiorando come un vortice. Il medico è in grado di spezzare questo circolo vizioso".

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"L'ipoparatiroidismo cronico è una patologia che rientra in quelli che sono gli unmet needs (bisogni non soddisfatti ndr) di patologie endocrine nell'ambito delle quali è necessario una terapia sostitutiva sia per le condizioni che siano post chirurgiche che quelle su base genetica, quindi la possibilità finalmente di accedere a una terapia che sia di tipo sostitutivo e quindi in maniera fisiologica venga a ricostituire un pattern fisiologico di reintegrazione ormonale. Una patologia complessa che richiede quindi una gestione adeguata a livello ospedaliero: "Chiaramente c'è un range che va da a condizioni che riusciamo in qualche maniera a gestire, ma che nel lungo termine possono comunque essere associate a complicanze, a condizioni invece molto gravi che addirittura necessitano di accessi al pronto soccorso se non quotidiani, ma frequenti".

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La ricerca punta quindi alla costruzione di un modello nazionale condiviso con un approccio terapeutico a 360 gradi: "Un modello multidisciplinare che metta insieme endocrinologi, volendo internisti ma poi nefrologi, i chirurghi stessi che debbono conoscere meglio la condizione e poi ci sono ovviamente anche le forme che hanno un'origine diversa rispetto a quella post-chirurgica, quindi i pediatri e i genetisti, perché alcune forme sono riconoscibili solo da un esame genetico, quindi l'insieme di questo gruppo multidisciplinare dovrebbe essere presente all'interno dei centri di riferimento e consentire quindi l'ottimale gestione di questa di questa patologia".

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