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Spike Lee spara a zero contro Trump. Il suo film conquista Cannes

sabato 19 maggio 2018
2' di lettura

Cannes (askanews) - Ha raccolto applausi e pareri entusiasti a Cannes Spike Lee alla prima mondiale del suo "Blackkklansman". Il titolo del nuovo film del regista afroamericano presentato al festival francese mescola la parola uomo di colore (black man) con la sigla del Ku Klux Klan (KKK). Interpretato, tra gli altri, da John David Washington e Adam Driver, BlacKkKlansman racconta una storia vera ambientata nei primi anni Settanta, dopo l'omicidio di Martin Luther King e durante l'ascesa delle Pantere Nere. Inevitabile con il regista americano, grande paladino dei diritti civili, non parlare dell'attualità. A partire da Charlotteville, dagli scontri tra suprematisti bianchi e anti-razzisti. E di Donald Trump e dell'estrema destra. "Abbiamo un tizio alla Casa Bianca, non pronuncerò il suo fottuto nome, che in un momento cruciale, non solo per gli americani ma per il mondo intero, avrebbe potuto scegliere l'amore contro l'odio. Ma in quell'occasione non ha denunciato il KKK né i nazisti", ha detto Il suo film è tratto dall'autobiografia di un poliziotto afroamericano che realmente si infiltrò nel KKK facendo anche carriera, grazie alla complicità di un poliziotto bianco chiamato a fargli da alter ego, come copertura agli incontri del klan. Che sia nello stile della commedia, come in questo caso, o del dramma il cinema di Spike Lee parla sempre di razzismo, nelle sue più diverse declinazioni. "Per me questo film è un appello a risvegliare le coscienze - ha sottilineato il regista - perchè oggi ci muoviamo nella nebbia e le falsità sono diventate verità. E' il tema del film. E in fondo al mio cuore - checché ne dicano i critici - noi siamo andati dalla parte giusta della storia con questo film". BlacKkKlansman sarà nei cinema americani questa estate. In Italia non è stata ancora stabilita una data.

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Roma, 28 apr. (askanews) - L'ipoparatiroidismo è una patologia rara endocrina, spesso invalidante, caratterizzata da deficit di ormone paratiroideo con sintomi spesso sfumati che ne ritardano la diagnosi. La sua gestione rappresenta una sfida clinica e organizzativa complessa e richiede un coinvolgimento multidisciplinare. Per fare Il punto della situazione, Motore Sanità ha organizzato, grazie al contributo non condizionato di ASCENDIS Pharma, il convegno 'Ipoparatiroidismo: costruire un modello nazionale. Dalla roadmap regionale alle proposte di sistema'. Askanews ne ha parlato con Daniela Pasquali, professore ordinario di endocrinologia, direttore dell'unità di programma di malattie rare endocrine Università della Campania Vanvitelli e con Luca Persani, Professore ordinario di Endocrinologia all'Università di Milano e direttore del Dipartimento Endocrinometabolico di Auxologico Milano.

"L'ipoparatiroidismo cronico è una patologia che rientra in quelli che sono gli unmet needs (bisogni non soddisfatti ndr) di patologie endocrine nell'ambito delle quali è necessario una terapia sostitutiva sia per le condizioni che siano post chirurgiche che quelle su base genetica, quindi la possibilità finalmente di accedere a una terapia che sia di tipo sostitutivo e quindi in maniera fisiologica venga a ricostituire un pattern fisiologico di reintegrazione ormonale. Una patologia complessa che richiede quindi una gestione adeguata a livello ospedaliero: "Chiaramente c'è un range che va da a condizioni che riusciamo in qualche maniera a gestire, ma che nel lungo termine possono comunque essere associate a complicanze, a condizioni invece molto gravi che addirittura necessitano di accessi al pronto soccorso se non quotidiani, ma frequenti".

La Road Map promossa da Motore Sanità nel 2025-2026 in nove regioni italiane ha avuto l'obiettivo di raccordare le evidenze emerse nei singoli territori per giungere a una visione unitaria della patologia dalla diagnosi al follow up. "L'ipoparatiroidismo è una malattia eterogenea, molto eterogenea perché abbiamo la causa principale è quella post tiroidectomia. Quindi tutto questo lavoro che si sta facendo a livello di diverse regioni e poi anche il trasferimento a livello nazionale È un lavoro che cerca di identificare proprio i casi che meritano un'attenzione particolare e un trattamento più adeguato".

La ricerca punta quindi alla costruzione di un modello nazionale condiviso con un approccio terapeutico a 360 gradi: "Un modello multidisciplinare che metta insieme endocrinologi, volendo internisti ma poi nefrologi, i chirurghi stessi che debbono conoscere meglio la condizione e poi ci sono ovviamente anche le forme che hanno un'origine diversa rispetto a quella post-chirurgica, quindi i pediatri e i genetisti, perché alcune forme sono riconoscibili solo da un esame genetico, quindi l'insieme di questo gruppo multidisciplinare dovrebbe essere presente all'interno dei centri di riferimento e consentire quindi l'ottimale gestione di questa di questa patologia".

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