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Agroalimentare, Caselli: "Le norme sono un colabrodo"

sabato 19 maggio 2018
2' di lettura

Roma, (askanews) - Le norme per contrastare i reati agroalimentari "sono un colabrodo: buchi su buchi nei quali s'infila di tutto anche le mafie". In un'intervista ad Askanews, l'ex Procuratore di Palermo e Torino, Gian Carlo Caselli, racconta i risultati di un'indagine sul campo svolta come presidente del Comitato scientifico dell'Osservatorio sulla criminalità nell'agricoltura e sul sistema agroalimentare. L'analisi è contenuta nel libro "C'è del marcio nel piatto" di Gian Carlo Caselli e Stefano Masini (Piemme Edizioni) da pochi giorni in libreria. "I controlli funzionano, siamo all'avanguardia in Europa, merito anche delle forze dell'ordine specializzate in questo settore. Però se le malefatte trovate non vengono adeguatamente sanzionate, il sistema rimane invariato e i danni per il consumatore e per il regolare funzionamento dell'economia sono evidenti". Caselli sottolinea che "è un colaborodo la normativa vigente: buchi su buchi nei quali s'infila di tutto anche le mafie. Non siamo più ai tempi in cui l'unico problema era l'oste che mescolava l'acqua col vino. Oggi la globalizzazione, il commercio via internet, le forme evolute di sofisticazione: è un altro mondo e la normativa dovrebbe stare al passo con i tempi". L'ex procuratore di Palermo ricorda che "il ministro Orlando aveva creato una commissione per la riforma dei reati agroalimentari e mi aveva chiamato a presiederla. Questa commissione, i cui componenti erano tutti di straordinario livello, ha elaborato un progetto di 49 articoli. Il ministro Orlando lo ha fatto proprio e lo ha portato al Consiglio dei Ministri dove però è rimasto fermo per quasi un anno. E' stato approvato dal Consiglio dei Ministri in scadenza di legislatura e quindi nella prossima legislatura bisognerà ricominciare da capo. Per fortuna - conclude Caselli - un centinaio di parlamentari di schieramenti trasversali ha assunto l'impegno di riprenderlo e di trasfromarlo in disegno di legge".

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"L'ipoparatiroidismo cronico è una patologia che rientra in quelli che sono gli unmet needs (bisogni non soddisfatti ndr) di patologie endocrine nell'ambito delle quali è necessario una terapia sostitutiva sia per le condizioni che siano post chirurgiche che quelle su base genetica, quindi la possibilità finalmente di accedere a una terapia che sia di tipo sostitutivo e quindi in maniera fisiologica venga a ricostituire un pattern fisiologico di reintegrazione ormonale. Una patologia complessa che richiede quindi una gestione adeguata a livello ospedaliero: "Chiaramente c'è un range che va da a condizioni che riusciamo in qualche maniera a gestire, ma che nel lungo termine possono comunque essere associate a complicanze, a condizioni invece molto gravi che addirittura necessitano di accessi al pronto soccorso se non quotidiani, ma frequenti".

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La ricerca punta quindi alla costruzione di un modello nazionale condiviso con un approccio terapeutico a 360 gradi: "Un modello multidisciplinare che metta insieme endocrinologi, volendo internisti ma poi nefrologi, i chirurghi stessi che debbono conoscere meglio la condizione e poi ci sono ovviamente anche le forme che hanno un'origine diversa rispetto a quella post-chirurgica, quindi i pediatri e i genetisti, perché alcune forme sono riconoscibili solo da un esame genetico, quindi l'insieme di questo gruppo multidisciplinare dovrebbe essere presente all'interno dei centri di riferimento e consentire quindi l'ottimale gestione di questa di questa patologia".

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