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Battiston (Asi): Sardinia Deep Space Antenna, spazio per Italia

domenica 13 maggio 2018
2' di lettura

Roma, (askanews) - "L'inaugurazione del servizio di Deep Space network fatto con il radiotelescopio della Sardegna SRT, che qui in Asi abbiamo chiamato SDSA-Sardinia Deep Space Antenna è un'altra delle azioni che l'Asi ha sostenuto con forza per fare in modo che le grandi risorse, le competenze e le infrastrutture che il nostro Paese ha nel settore spaziale vengano usate in modo ottimale per creare rapporti, collaborazioni e puntare obiettivi ambiziosi in modo coerente non lasciando nel cassetto investimenti importanti già fatti". Così il presidente dell'Agenzia spaziale italiana Roberto Battiston sull'inaugurazione del Sardinia Deep Space Antenna che, grazie a un accordo firmato da Asi e Nasa durante la cerimonia, entra nel Deep Space network della Nasa. "Il Sardinia Radiotelescope è importante per la radioastronomia nazionale ma con la partecipazione del 20% dell'Asi alla sua realizzazione e gestione è anche uno strumento che abbiamo a disposizione per fare meglio e più spazio. Un radiotelescopio di quella portata, parliamo di più di 63 metri di diametro di disco, ha la capacità di comunicare con lo spazio profondo, con satelliti che stanno orbitando intorno a Marte, intorno a Saturno, che si stanno allontanando dal Sole. Già abbiamo mostrato - prosegue Battiston - durante gli ultimi giorni di Cassini che cosa è in grado di fare il radiotelescopio con il centro SDSA dell'Asi che ha potuto seguire fino a poche ore dall'ingresso nell'atmosfera i segnali mandati dal satellite Cassini a cui l'Asi ha tanto contribuito. Questa dimostrazione di capacità, che è stata realizzata con il fortissimo supporto della Nasa, con l'impegno dei nostri ricercatori e tecnologi e con una stretta collaborazione con l'Inaf, adesso con l'inaugurazione e con gli accordi che stiamo firmando - conclude il presidente dell'Asi - ci dà una base per poter collaborare regolarmente, su tempi lunghi di anni con le prossime missioni di carattere marziano, ma non solo, e scambiare queste nostre capacità operative con altre forme di supporto da parte della Nasa ma anche dell'Esa che sono interessate ad avere questo ulteriore elemento della rete che permette dal pianeta Terra il controllo di missioni che vanno lontano verso i bordi del Sistema solare".

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Roma, 28 apr. (askanews) - L'ipoparatiroidismo è una patologia rara endocrina, spesso invalidante, caratterizzata da deficit di ormone paratiroideo con sintomi spesso sfumati che ne ritardano la diagnosi. La sua gestione rappresenta una sfida clinica e organizzativa complessa e richiede un coinvolgimento multidisciplinare. Per fare Il punto della situazione, Motore Sanità ha organizzato, grazie al contributo non condizionato di ASCENDIS Pharma, il convegno 'Ipoparatiroidismo: costruire un modello nazionale. Dalla roadmap regionale alle proposte di sistema'. Askanews ne ha parlato con Daniela Pasquali, professore ordinario di endocrinologia, direttore dell'unità di programma di malattie rare endocrine Università della Campania Vanvitelli e con Luca Persani, Professore ordinario di Endocrinologia all'Università di Milano e direttore del Dipartimento Endocrinometabolico di Auxologico Milano.

"L'ipoparatiroidismo cronico è una patologia che rientra in quelli che sono gli unmet needs (bisogni non soddisfatti ndr) di patologie endocrine nell'ambito delle quali è necessario una terapia sostitutiva sia per le condizioni che siano post chirurgiche che quelle su base genetica, quindi la possibilità finalmente di accedere a una terapia che sia di tipo sostitutivo e quindi in maniera fisiologica venga a ricostituire un pattern fisiologico di reintegrazione ormonale. Una patologia complessa che richiede quindi una gestione adeguata a livello ospedaliero: "Chiaramente c'è un range che va da a condizioni che riusciamo in qualche maniera a gestire, ma che nel lungo termine possono comunque essere associate a complicanze, a condizioni invece molto gravi che addirittura necessitano di accessi al pronto soccorso se non quotidiani, ma frequenti".

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La ricerca punta quindi alla costruzione di un modello nazionale condiviso con un approccio terapeutico a 360 gradi: "Un modello multidisciplinare che metta insieme endocrinologi, volendo internisti ma poi nefrologi, i chirurghi stessi che debbono conoscere meglio la condizione e poi ci sono ovviamente anche le forme che hanno un'origine diversa rispetto a quella post-chirurgica, quindi i pediatri e i genetisti, perché alcune forme sono riconoscibili solo da un esame genetico, quindi l'insieme di questo gruppo multidisciplinare dovrebbe essere presente all'interno dei centri di riferimento e consentire quindi l'ottimale gestione di questa di questa patologia".

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