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Mafia, l'Unci ricorda Peppino Impastato a 40 anni dalla morte

domenica 13 maggio 2018
2' di lettura

Roma, (askanews) - Sono trascorsi 40 anni dall'uccisione a Cinisi, in provincia di Palermo, di Peppino Impastato, giornalista e attivista antimafia 30enne che dalle frequenze della sua Radio Aut denunciava, scherniva e metteva a nudo un sistema fortemente imperniato sulle collusioni politico-mafiose. Anche l'Unione Cronisti ha voluto ricordare Impastato, a cui solo dopo la morte fu riconosciuta la tessera di giornalista. Il vicepresidente nazionale dell'Unci Leone Zingales si è recato sul luogo della sua uccisione, un casolare poco distante dall'aeroporto di Punta Raisi. "Un giovane che dai microfoni di una emittente privata condannava la mafia, additava boss mafiosi e politici collusi con la mafia, faceva nomi e cognomi, sbeffeggiava i boss e questo non veniva visto con benevolenza". Impastato attaccò frontalmente il sistema mafioso, retto a Cinisi dal boss Gaetano Badalamenti. Nel '78 si candidò nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni provinciali, ma non fece in tempo a sapere l'esito del voto. Fu ucciso la notte tra l'8 e il 9 maggio. Il suo cadavere venne disteso sui binari della ferrovia e fatto esplodere con una carica di tritolo. "Si parlò di attentato ad opera di Impastato ma la mafia aveva architettato tutto e ancora oggi ci sono complicità che non sono state individuate e la famiglia chiede che vengano trovati tutti i responsabili". Dopo un lungo iter processuale, l'11 aprile 2002 Tano Badalamenti è stato riconosciuto colpevole dell'omicidio di Peppino Impastato, e condannato all'ergastolo. Due anni prima, nel 2000, la sua storia è stata restituita alla memoria collettiva dal film di Marco Tullio Giordana "I cento passi". Titolo che si rifà alla distanza che separava la casa di Impastato da quella di Badalamenti, nel corso principale di Cinisi.

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Ipoparatiroidismo, dalla road map un nuovo modello multidisciplinare

Roma, 28 apr. (askanews) - L'ipoparatiroidismo è una patologia rara endocrina, spesso invalidante, caratterizzata da deficit di ormone paratiroideo con sintomi spesso sfumati che ne ritardano la diagnosi. La sua gestione rappresenta una sfida clinica e organizzativa complessa e richiede un coinvolgimento multidisciplinare. Per fare Il punto della situazione, Motore Sanità ha organizzato, grazie al contributo non condizionato di ASCENDIS Pharma, il convegno 'Ipoparatiroidismo: costruire un modello nazionale. Dalla roadmap regionale alle proposte di sistema'. Askanews ne ha parlato con Daniela Pasquali, professore ordinario di endocrinologia, direttore dell'unità di programma di malattie rare endocrine Università della Campania Vanvitelli e con Luca Persani, Professore ordinario di Endocrinologia all'Università di Milano e direttore del Dipartimento Endocrinometabolico di Auxologico Milano.

"L'ipoparatiroidismo cronico è una patologia che rientra in quelli che sono gli unmet needs (bisogni non soddisfatti ndr) di patologie endocrine nell'ambito delle quali è necessario una terapia sostitutiva sia per le condizioni che siano post chirurgiche che quelle su base genetica, quindi la possibilità finalmente di accedere a una terapia che sia di tipo sostitutivo e quindi in maniera fisiologica venga a ricostituire un pattern fisiologico di reintegrazione ormonale. Una patologia complessa che richiede quindi una gestione adeguata a livello ospedaliero: "Chiaramente c'è un range che va da a condizioni che riusciamo in qualche maniera a gestire, ma che nel lungo termine possono comunque essere associate a complicanze, a condizioni invece molto gravi che addirittura necessitano di accessi al pronto soccorso se non quotidiani, ma frequenti".

La Road Map promossa da Motore Sanità nel 2025-2026 in nove regioni italiane ha avuto l'obiettivo di raccordare le evidenze emerse nei singoli territori per giungere a una visione unitaria della patologia dalla diagnosi al follow up. "L'ipoparatiroidismo è una malattia eterogenea, molto eterogenea perché abbiamo la causa principale è quella post tiroidectomia. Quindi tutto questo lavoro che si sta facendo a livello di diverse regioni e poi anche il trasferimento a livello nazionale È un lavoro che cerca di identificare proprio i casi che meritano un'attenzione particolare e un trattamento più adeguato".

La ricerca punta quindi alla costruzione di un modello nazionale condiviso con un approccio terapeutico a 360 gradi: "Un modello multidisciplinare che metta insieme endocrinologi, volendo internisti ma poi nefrologi, i chirurghi stessi che debbono conoscere meglio la condizione e poi ci sono ovviamente anche le forme che hanno un'origine diversa rispetto a quella post-chirurgica, quindi i pediatri e i genetisti, perché alcune forme sono riconoscibili solo da un esame genetico, quindi l'insieme di questo gruppo multidisciplinare dovrebbe essere presente all'interno dei centri di riferimento e consentire quindi l'ottimale gestione di questa di questa patologia".

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