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Dal Sudafrica al Ciad: il lungo viaggio di sei rinoceronti neri

domenica 13 maggio 2018
2' di lettura

Roma, (askanews) - Sei rinoceronti sudafricani hanno effettuato un lungo viaggio verso il Ciad nel quadro di un progetto ambizioso di ripopolamento dei pachidermi nei paesi dell'Africa centrale, dove sono spariti oramai da mezzo secolo, vittime di bracconaggio. Si tratta di due maschi e quattro femmine arrivati in Ciad grazie a un accordo di partenariato tra i due governi. "Ringraziamo il Sudafrica che ha protetto finora questi rinoceronti e che consente ad altri paesi di avere questa specie di animali in via di estinzione", ha dichiarato il ministro dell'Ambiente del Ciad. Il viaggio è cominciato tre mesi fa; i rinoceronti hanno percorso più di 4mila chilometri dal parco di Marakele, dove si trovavano. Poi sono stati trasferiti in un altro parco sudafricano, dove sono stati preparati ad affrontare un viaggio di 15 ore in aereo. "Occorrono circa tre mesi per portare i rinoceronti a sentirsi a loro agio nel contatto con gli umani. E questo rende il viaggio più semplice", ha spiegato Lourens De Lange, coordinatore delle operazioni. Per i 5mila rinoceronti neri che popolano l'Africa, la minaccia di bracconaggio è costante. Ma l'Ong African Parks che coordina questo progetto assicura: il Ciad, e il parco di Zakouma dove sono arrivati i rinoceronti, offriranno una protezione eccellente. Dopo qualche settimana di adattamento, sia al clima che all'alimentazione locale, i rinoceronti saranno rilasciati in natura. Il progetto prevede l'arrivo di altre specie, con la speranza di ricreare la popolazione dei rinoceronti in Ciad, dove hanno vissuto per milioni di anni...prima dell'arrivo dei bracconieri.

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"L'ipoparatiroidismo cronico è una patologia che rientra in quelli che sono gli unmet needs (bisogni non soddisfatti ndr) di patologie endocrine nell'ambito delle quali è necessario una terapia sostitutiva sia per le condizioni che siano post chirurgiche che quelle su base genetica, quindi la possibilità finalmente di accedere a una terapia che sia di tipo sostitutivo e quindi in maniera fisiologica venga a ricostituire un pattern fisiologico di reintegrazione ormonale. Una patologia complessa che richiede quindi una gestione adeguata a livello ospedaliero: "Chiaramente c'è un range che va da a condizioni che riusciamo in qualche maniera a gestire, ma che nel lungo termine possono comunque essere associate a complicanze, a condizioni invece molto gravi che addirittura necessitano di accessi al pronto soccorso se non quotidiani, ma frequenti".

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La ricerca punta quindi alla costruzione di un modello nazionale condiviso con un approccio terapeutico a 360 gradi: "Un modello multidisciplinare che metta insieme endocrinologi, volendo internisti ma poi nefrologi, i chirurghi stessi che debbono conoscere meglio la condizione e poi ci sono ovviamente anche le forme che hanno un'origine diversa rispetto a quella post-chirurgica, quindi i pediatri e i genetisti, perché alcune forme sono riconoscibili solo da un esame genetico, quindi l'insieme di questo gruppo multidisciplinare dovrebbe essere presente all'interno dei centri di riferimento e consentire quindi l'ottimale gestione di questa di questa patologia".

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