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Stanley Tucci: la febbre creativa oggi la sento solo per la regia

domenica 11 febbraio 2018
2' di lettura

Roma (askanews) - E' il ritratto di un grande artista, Alberto Giacometti, della sua irrequietezza e della sua febbre creativa, quello che Stanley Tucci fa nel suo nuovo film da regista, "Final portrait", nei cinema l'8 febbraio. Nel 1964 lo scrittore americano James Lord posò per l'amico nel suo studio di Parigi assistendo al travaglio, le crisi, i ripensamenti, le esaltazioni del processo artistico di Giacometti. Tucci attraverso questo episodio racconta un artista che ammira molto e mostra il motore della creatività: "Prima di tutto ammiro il suo lavoro e poi man mano che leggevo cose su di lui, mi accorgevo che mi interessava il suo processo creativo, la sua capacità di articolare quel processo, e il modo in cui visse la sua vita", dice. "Credo che il dubbio, l'irrequietezza, il porsi delle domande ti aiutino a spingerti avanti. Personalmente quella febbre io non la ho più tanto per la recitazione, la sento più come scrittore e regista. Mi piace recitare ma oggi sono più interessato alla regia". Il padre di Stanley, figlio di un immigrato italiano, era un pittore e insegnante d'arte. "I miei genitori mi hanno iniziato all'arte visiva, ma non mi portavano a teatro. La recitazione è stata qualcosa che ho sentito familiare, però, per qualche ragione. Mi piaceva vedere i film, sono stato attratto dal teatro quando ho iniziato ad andarci, quando ho iniziato a recitare a scuola. Non c'è un motivo per cui inizi a fare un lavoro artistico, io so che mi sento più a mio agio su un palcoscenico che fuori da un palcoscenico. Ma man mano che cresci sei sempre più interessato al processo creativo, vuoi solo essere sicuro che stai andando a fondo per trovare la verità, al di là di quello che stai facendo in quel momento, dal blockbuster a un piccolo film indipendente. Devi trovare quella verità". Dal suo primo film da regista, "Big night", a "Final portrait", Tucci porta sullo schermo le due culture, quella europea e quella americana, di cui è figlio: "Aver vissuto a Firenze quando ero bambino ha completamente cambiato il mio modo di pensare, di vivere. Ho vissuto in un ambiente artistico, italiano, c'era una certa apertura", dice. "L'apprezzamento per l'arte è sicuramente maggiore rispetto agli Stati Uniti, perché avete una grande storia. Io so solo che mi sento decisamente italiano".

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