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Vino prodotto ai piedi dell'Himalaya, la sfida francese in Cina

sabato 17 novembre 2018
2' di lettura

Roma, (askanews) - Vino di alta qualità prodotto nell'angolo del mondo più impensato: ai piedi dell'Himalaya, in Cina, a 2.200 metri di altitudine. Qui siamo a Adong, alle porte del Tibet, dove il gigante francese di vini, Moet Hennessy, ha deciso di piantare in Cina dei vigneti destinati alla produzione di vini di alta qualità. E così, una bottiglia di questi rossi viene venduta anche a 300 dollari, ovvero circa 266 euro, agli Stati Uniti e in Europa. Anche se la Cina non è conosciuta come grande produttore di vino, il gigante francese del vino d'eccellenza ha fatto questa scelto per mostrare che il paese asiatico è in grado di produrre un vino rosso di alta qualità. Maxence Dulou è direttore della tenuta aperta nel 2012 dopo quattro anni di ricerca del territorio ideale: "Effettivamente, c'è una connotazione non molto positiva, per il Made in China, ma tutto ciò che possiamo fare è metterci la passione, lavoriamo con la massima precisione in modo da realizzare il miglior vino possibile. Penso che indirettamente, facciamo parte di un processo che tende a portare in alto il "made in China". Questi vini sembrano molto apprezzati nei ristoranti cinesi. Qualcuno dice che somigliano a un bordeaux, ma comunque sono diversi dai soliti rossi cinesi. La tenuta di Moet Hennessy conta 28 ettari ripartiti in 300 appezzamenti, tutti diversi per dimensioni e modalità di vendemmia. "Un terreno ha bisogno di essere trattato in modo differente, e qui in effetti è molto complicato, è un terreno molto particolare". Ogni ettaro necessita in media di 3.500 euro di lavoro per anno, ovvero quattro volte di più dei grandi vigneti al mondo. La ragione? Tutto viene fatto a mano. Sicuramente, per gli agricoltori del territorio, un'occasione economica importante: Dice Ci Liwudui, del villaggio. "Questo ha portato buone occasioni ai quattro villaggi, molti cambiamenti, non ci dobbiamo più preoccupare dei soldi, la gente non deve più partire per trovare un lavoro. Possiamo restare qui da noi".

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Le vittime invece, secondo quanto riferito da Rakan Nassereddine, ministro della Salute sono 634, "tra cui 91 bambini e 47 donne, mentre 1.586 persone sono rimaste ferite, tra cui 275 bambini e 301 donne".

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Milano, 11 mar. (askanews) - Fine vita, per il GIP Milano "Il malato terminale ha il diritto a una morte dignitosa, no all'accanimento terapeutico".

Archiviato il procedimento a carico di Marco Cappato (Associazione Luca Coscioni): "Precedente prezioso per tutte le persone che si trovano e si troveranno nelle loro condizioni. Ora il Parlamento non cancelli questo diritto"

"L'archiviazione conferma che abbiamo agito per rendere effettivi diritti già riconosciuti dalla Costituzione e dalla Corte costituzionale," afferma Marco Cappato, Tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni. "Quando il Parlamento continua a non intervenire, sono le persone malate a far affermare, anche nei tribunali, principi di libertà, dignità e uguaglianza. Questa decisione dice con chiarezza che lo Stato non può costringere una persona a subire trattamenti che rifiuta solo per poter poi vedere riconosciuto un proprio diritto. Sono grato a Elena, a Romano e alle persone che li amavano per la fiducia che hanno avuto in me, negli altri disobbedienti civili, nella squadra giuridica dell'Associazione Luca Coscioni coordinata da Filomena Gallo. Insieme, siamo riusciti a porre fine alla condizione di tortura che Elena e Romano stavano subendo. Insieme, abbiamo ottenuto un precedente che prezioso per tutte le persone che si trovano e si troveranno nelle loro condizioni. Ora bisogna fare sì che il Parlamento italiano non cancelli questo diritto: sarebbe gravissimo. Ci mobiliteremo affinchè questo non accada e continueremo ad aiutare le persone che ce lo chiedono, se necessario anche ricorrendo ad azioni di disobbedienza civile, fino al pieno riconoscimento del diritto ad accedere all'aiuto alla morte volontaria."

La GIP di Milano, dott.ssa Sara Cipolla, ha disposto l'archiviazione del procedimento nei confronti di Marco Cappato per l'aiuto prestato a Elena e Romano, accompagnati in Svizzera dove hanno potuto accedere al suicidio medicalmente assistito. La GIP riconosce e applica il principio affermato dalla Corte costituzionale, da ultimo con la sentenza n. 66 del 2025, secondo cui il requisito del trattamento di sostegno vitale non può essere interpretato in modo restrittivo e meramente tecnico-formale.

La non punibilità, prevista dalla sentenza 242/2019, secondo la GIP di Milano opera anche nei confronti di persone che, pur non essendo sottoposte a un trattamento salvavita in corso, avrebbero dovuto esserlo secondo valutazione medica, ma lo hanno rifiutato, esercitando un diritto costituzionalmente garantito, perché ritenuto inutile, sproporzionato, futile e contrario alla propria dignità. Il decreto di archiviazione recepisce così l'evoluzione della giurisprudenza costituzionale: dalla sentenza 242/2019, alla 135/2024, fino alla 66/2025, che ha chiarito in modo definitivo come il riferimento al "trattamento di sostegno vitale" debba essere letto alla luce degli articoli 2, 3, 13 e 32 della Costituzione, della legge 219/2017 sul consenso informato e sulle DAT e del diritto della persona malata di rifiutare qualsiasi trattamento.

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Programma culturale di BAM: connessioni come intelligenza collettiva

Milano, 11 mar. (askanews) - Il valore delle connessioni tra idee, persone, culture - intese come forma di intelligenza collettiva capace di generare comunità e coesione - è il filo conduttore degli oltre 300 momenti culturali, gratuiti e aperti a tutti, ideati da BAM - Biblioteca del alberi di Milano, che dal parco nel cuore di Porta Nuova raggiungono l'intera città. Un ecosistema culturale a cielo aperto dove educazione, inclusione e multiculturalità si fanno portatori di nuove formule di partecipazione attiva, così cruciali e significative in questo momento storico.

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Sono 22 i calchi di vittime, tra i vari rinvenimenti esposti, scelti fra quelli meglio conservati e più leggibili, presentati sulla base del contesto di provenienza, che va dalle domus nelle aree interne della città fino alle porte e alle strade che uscivano dal centro abitato, scappando lungo le quali gli abitanti cercarono invano la salvezza. Una testimonianza che ancora oggi appare viva e carica di drammaticità.

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