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Garante detenuti: tragedia di Rebibbia, serve silenzio per capire

domenica 23 settembre 2018
2' di lettura

Roma, (askanews) - La tragedia di Rebibbia, dove una detenuta ha ucciso i due figlioletti gettandoli dalle scale, fa scoppiare lo scandalo. Ma il problema è a monte: ce lo dice Daniela de Robert, giornalista e componente del Collegio del Garante per i detenuti. "Ieri è successa una tragedia, perché una detenuta della sezione nido con i suoi due bambini, una di pochi mesi e uno di un anno e mezzo, li ha uccisi scaraventandoli per terra. Il più piccolo è morto subito, l'altro è morto oggi. "Il ministro ha preso un provvedimento nei confronti della direzione dell'istituto. Noi come garanti abbiamo fatto un comunicato proprio oggi in cui invitiamo al silenzio per capire. Semplificare non aiuta. Capisco che l'esigenza del giornalismo è di semplificare ma non si può semplificare la soluzione di un problema così complesso. "Noi crediamo che il problema sia molto complesso e che non si possa far ricadere le colpe sull'ultimo anello della catena, c'è un insieme di problemi che si incrociano in una situazione di questo tipo, di maternità, vulnerabilità, esigenze di sicurezza, di leggi poco applicate. Il nido di Rebibbia è un nido molto grande, c'erano sedici bambini fino a ieri, ora quattordici. E' molto ben attrezzato, ben collegato col territorio, con l'asilo nido fuori e coi volontari; sono bambini e madri molto seguiti. E' un'eccellenza, e non è così comune sul territorio. "Nelle carceri italiane ci sono una sessantina di bambini; in parte ospitati con le madri nelle cosiddette sezioni detentive, in parte in istituti a custodia attenuata per detenute madri che sono sempre delle carceri ma molto più a misura di bambino. "Nelle sezioni nido i bambini possono rimanere fino a tre anni; negli istituti a custodia attenuata essendo meno carceri in qualche modo possono restare fino all'età scolare; nelle case famiglia o in detenzione domiciliare, le donne possono stare coi bambini fino a 10 anni. I problemi sono quelli dei bambini 0-3 anni che crescono in un ambiente che certamente non è idoneo. D'altra parte si risponde all'esigenza di mantenere la relazione madre-figlio. Ci piace sottolineare che in realtà la legge prevede delle possibilità per cui il carcere è sempre l'ultima scelta, non la prima. "Roma si è aperta una delle poche case-famiglia protette. Il territorio ha fatto una battaglia perché le donne poi non le vogliono: tutti gridano allo scandalo oggi, ma poi nessuno vuole queste donne vicino, sei madri con sei o sette bambini, in un territorio che sarebbe molto più tutelato con la polizia più presente. Non si toglie nulla al territorio, si dà molto ai bambini e forse si aiutano le donne a trovare una strada diversa".

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