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La sfida delle donne afghane, sempre di più chiedono il divorzio

sabato 15 aprile 2017
2' di lettura

Roma, (askanews) - Quando il marito di Nadia, eroinomane, ha iniziato maltrattarla, lei si è ribellata e ha deciso di lasciarlo. Nonostante i suoi 22 anni ha fatto qualcosa di impensabile fino a qualche tempo fa per una donna in Afghanistan: ha chiesto il divorzio. "E' un drogato e un alcolizzato - racconta - a volte mi ha privata di acqua e cibo, non mi ha mai comprato nuovi vestiti. Non posso più vivere con lui". La sua non è una storia così insolita, purtroppo. Fazila, madre di quattro bambini, si è rifugiata presso una Ong di Kabul per sfuggire al marito violento. Ha provato anche ad ucciderla. "La mia famiglia mi ha detto che dovevo vivere con lui e che il divorzio era qualcosa per cui vergognarsi. Mi hanno detto: se lo lasci non venire da noi, mi hanno respinta tutti, compreso mio fratello". In Afghanistan un uomo che vuole divorziare lo può fare facilmente, basta chiederlo. Ma per una donna non è così. Deve dimostrare in tribunale abusi e violenze. E la maggior parte di loro non ha il coraggio di arrivare in fondo. Secondo le Nazioni Unite le cose stanno cambiando e le cause intentate dalle donne sono in aumento, con un 12% in più dal 2014, anche se parliamo ancora di piccole cifre. Solo 80 in circa tre anni. Lo conferma Najaf Rajai, legale del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo: "Giorno dopo giorno stiamo assistendo alla diminuzione delle tradizioni sessiste, le donne stanno finalmente imparando come far prevalere i loro diritti".

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Il titolo del nuovo romanzo è ispirato a un celebre libro irlandese, e l'Irlanda, con il suo conflitto, è stato uno degli scenari in cui Chalandon ha lavorato come inviato, ma una parte importante l'ha avuta anche il Medio Oriente. Gli abbiamo chiesto come si passa dalla scrittura giornalistica a quella letteraria. "Sono stato corrispondente di guerra per 25 anni - ci ha riposto - e non mai potuto dire io di fronte ai massacri, sotto le bombe, mai. Non ho mai potuto piangere nel mio giornale, non potevo odiare, non potevo dire che stavo impazzendo di fronte alla violenza inaudita che mi circondava. Non potevo mai dire io, non ne avevo il diritto. L'unico modo per me per dire io era il romanzo. Aggiungo una aneddoto: sono a Sabra e Shatila, sto assistendo a quello che sappiamo, mi siedo dietro un muro e piango. Mi si avvicina un collega de Le Figaro, un amico, e mi dice: Sorj devi trasformare le tua lacrime in inchiostro, ecco, nel mio romanzo trasformo le mie lacrime in inchiostro".

La violenza è il sottotesto di tutta la conversazione, l'indicibile che passa sotto gli occhi del reporter e poi arriva fino alla pagina dello scrittore. "Una cosa importante - ha concluso Chalandon - è che io non scrivo per guarire, non scrivo per stare meglio, non scrivo per dimenticare, scrivo per condividere. Io sono stato segnato dalla violenza e ancora oggi mi lacera per via dei bambini morti. Di notte a una cert'ora mi sveglio, mi alzo e vado in camera delle mie figlie, per vedere se sono vive oppure morte".

Fino al 21 marzo il festival Dedica presenta incontri, appuntamenti, proiezioni, spettacoli legati al lavoro dello scrittore francese. Giunto alla 32esima edizione è anche parte del progetto Verso Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027.

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