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Castello del Trebbio, dai Medici all'agricoltura biointegrale

sabato 16 dicembre 2017
3' di lettura

Milano (askanews) - Nelle sue sale si progettò la Congiura dei Pazzi, poi fu confiscato dalla famiglia dei Medici e donato al vescovo di Fiesole: inizia così la storia del Castello del Trebbio, dimora del Rinascimento datata 1184, che ha attraversato 800 anni di storia, passando da maniero a fortezza militare, a tenuta agricola per la produzione di vino ed olio di alta qualità. Siamo nel Chianti Rufina, non lontano da Firenze: nel Castello vive e lavora la famiglia Casadei, guidata da Anna e Stefano. Dopo essere stato a lungo dimenticato, nonostante al suo interno ci sia un loggiato del Brunelleschi, il Castello è rinato quando è stato comprato dai genitori di Anna, i conti Baj Macario. "Nel 1968 ad un milanese che ha sposato austriaca e vive in Svizzera viene proposto di acquistare tenuta in Toscana di più di 3mila metri quadri: quando mio papà arriva al Castello e la vede senza i tetti, che andava restaurata si è spaventato. La mia mamma entrando nel cortile invece si innamorò: ci dovevamo venire solo nelle vacanze estive ma negli anni Settanta si trasferù tutta la famiglia e da allora io, quarta di cinque figli, mi sento Toscana". Anna ha la passione per la campagna, per cui il padre, che intanto ha riavviato la produzione di vino, la spinge a mandare avanti l'azienda con l'aiuto di Stefano Casadei, figlio di amici di famiglia che diventerà suo marito. Insieme hanno preso le redini nella tenuta dopo la morte dei conti, a 16 mesi di distanza. Negli anni Novanta il Castello del Trebbio ha cambiato passo, puntando sulla qualità: la tenuta oggi ha 60 ettari di vigneti, 10mila piante di ulivo e 30 ettari di seminativi e produce 350mila bottiglie di vino, circa 10-12 quintali di pasta e 150 ettolitri di olio ogni anno con il metodo biointegrale, un protocollo registrato di agricoltura etica che mette al primo posto la salvaguardia della natura. "Si parte dalla gestione della campagna fatta con metodi biodinamici, passando alla trasformazione del prodotto, che sino alla tavola è sotto il nostro completo controllo, sino alla cantina. Cerchiamo di valorizzare la materia prima senza usare lieviti, enzimi e prodotti additivi ma solo accompagnare e seguire il prodotto". Al Castello si coltiva soprattutto Sangiovese ma si lavora anche alla riscoperta di vitigni antichi, come il Trebbiano per la produzione dello spumante con la tecnica della macerazione in anfora. Il 60% della produzione viene venduta in l'Europa, metà in Italia, il 40% nel resto del mondo di cui il 30 in America. "Negli ultimi tre anni tutti sono scappati dell'Italia noi invece ci siamo buttati a capofitto e questo ci sta premiando, l'Italia era il 20% e abbiamo raddoppiato se non triplicato le vendite". L'obiettivo del gruppo, che ha altre due tenute, in Sardegna e nell'Alta Maremma, è di raggiungere un milione di bottiglie vendute nei prossimi 5-6 anni. Intanto i 3 figli imparano a portare avanti l'azienda. "Hanno 22, 24 e 26 anni e adesso si rendono conto che la nostra attività così male non è e si stanno lentamente appassionando: noi non diciamo niente ma incrociamo le dita".

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"Questi oggetti custodiscono ricordi speciali - dice - vale anche per l'abbigliamento, ma ancor di più per gli animali di peluche, capiamo che i nostri clienti li considerano membri della famiglia. Ecco perché dobbiamo essere molto scrupolosi nel nostro lavoro per poter soddisfare adeguatamente le aspettative. È un processo in cui non possiamo abbassare la guardia. Quindi, quando li puliamo e quando i nostri clienti sono soddisfatti dei risultati, è davvero il momento in cui proviamo un forte senso di appagamento" dice.

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