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Il Tempo di Reverie, una vita performativa dentro l'arte

sabato 27 maggio 2017
2' di lettura

Milano (askanews) - Si muove, a volte quasi nascosta, a volte magneticamente evidente, tra le opere d'arte e, attraverso quelle che definisce "azioni poetiche", aggiunge qualcosa ai lavori. Reverie è una artista e performer toscana che da anni entra all'interno delle mostre e dei musei offrendo, attraverso il proprio pensiero e il proprio corpo, una ulteriore prospettiva sull'arte, mondo che Reverie frequenta fin da bambina. "Il primo ricordo di un mio sconvolgimento - ci ha raccontato - è stato davanti a un'opera di Vedova, quando avevo 4 o 5 anni. Ricordo semplicemente che continuavo a muovere le braccia creando cerchi davanti a un'opera monumentale. E da quel momento non ho più smesso. Questo è il mio primo ricordo, ma credo di esserci entrata nascendoci, non potendo fare altrimenti". Dopo molte azioni in eventi privati, ora Reverie presenta una performance pubblica alla Fondazione Mudima di Milano, "Tempo Zero", all'interno della mostra dedicata ad Alessandro Verdi. Un intervento all'interno dell'arte, insomma. E le abbiamo chiesto come ci si stia in questa situazione sempre di confine. "Non è una posizione stabile - ci ha risposto l'artista - non è una posizione comoda, non saprei descriverla... È un trovarsi in un costante cambiamento e movimento, in costanti incontri e dialoghi nuovi". Dialoghi che coinvolgono anche il pubblico, ma pure la molteplice dimensione dell'artista che guarda gli spettatori che guardano la performance che a sua volta guarda alle opere d'arte. In un crescendo di rimandi carichi di suggestioni, anche semantiche. Ma l'emozione resta uno degli elementi decisivi. "Io dico - ha concluso Reverie - che il mio strumento è il mio corpo, quindi cerco di utilizzarlo come una sorta di filtro, vivendo ciò che vedo e dando un'interpretazione immediata, senza filtri, senza preconcetti, senza costruzioni: naturale. Così che arrivi al pubblico una seconda visione, una visione ulteriore, una visione aumentata. Come se il mo corpo fosse un megafono".

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