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La censura, la violenza e l'arte: Fatma Bucak a Torino

sabato 11 novembre 2017
2' di lettura

Torino (askanews) - Le parole scomparse, le verità ufficiali, la violenza e la censura. Apparentemente il lavoro dell'artista turca Fatma Bucak esposto nella Biblioteca Arturo Graf dell'Università di Torino è composto di molte fotografie quasi identiche: dei barattoli di vetro con una data che contengono liquido scuro, sorretti da due braccia. In realtà ciascuno di quei contenitori rimanda alle parole di giornali lavate via, di cui il liquido è tutto quello che rimane. Parole che non hanno potuto raccontare, per esempio, il "massacro delle cantine" del 7 febbraio 2016, in seguito a una azione delle forze dell'ordine turche contro gruppi di militanti curdi. Su questi temi, sulla censura e anche sull'oblio, si concentra il lavoro artistico di Bucak. "E' l'arte che sta cercando di trovare una forma di resistenza attraverso il lavoro - ha spiegato ad askanews -. Io nella mia arte, nel mio lavoro, ho fatto in modo di poter vivere certe cose e di poter condividere in un modo che permettesse anche di aprire un'altra piattaforma, un altro linguaggio attraverso il quale poter parlare della censura. Anche come una resistenza contro la censura". "Remains of What Has Not Been Said" è una mostra concettuale e politica, ricorsiva in modo un che può essere definito tragico, nel senso classico, teatrale della parola. Che poi trova il suo racconto nel video "Scouring the Press", nel quale viene proposta la documentazione della pratica che ha portato alle fotografie esposte. "Io credo - ha aggiunto l'artista turca - che l'arte abbia avuto sempre un grandissimo peso nella società. Oggi è necessaria soprattutto nei luoghi dove determinate parole, determinate storie non hanno più un linguaggio". Un messaggio di impegno che riguarda certamente la Turchia, ma che Fatma Bucak estende a tutto il mondo, non solo al proprio Paese, per mettere in guardia contro i rischi dell'invisibilità della violenza e dell'acquiescenza delle opinioni pubbliche. La mostra torinese, aperta fino al 10 novembre, è prodotta dalla Fondazione Sardi per l'arte e curata da Lisa Parola.

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