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Covid e cura delle malattie croniche: "Non rinunciare a terapie"

di TMNews giovedì 21 maggio 2020
2' di lettura

Napoli, 21 mag. (askanews) - La pandemia da coronavirus ha complicato la gestione delle patologie acute e croniche, che affliggono la popolazione italiana. In questo contesto non deve essere dimenticato il dolore muscolo scheletrico cronico. Il Professor Giovanni Iolascon, Ortopedico e Fisiatra e Direttore di esecutivo G.U.I.D.A, la Società Italiana per la Gestione Unificata ed Interdisciplinare del Dolore muscolo-scheletrico e dell'Algodistrofia" spiega criticità e problematiche legate a questa patologia. "Indubbiamente ha cambiato la nostra vita e quella dei nostri malati, soprattutto quelli affetti da malattie croniche. Sicuramente hanno avuto una modifica sostanziale del loro modo di affrontarle sia dal punto di vista della cura che dell'evoluzione della patologia, quindi sicuramente il Covid ha inciso sulla gestione della salute e delle malattie e come le curiamo".

Malati con patologie come artriti e artrosi per paura hanno interrotto le terapie. Serve innanzitutto chiarire la relazione tra l'uso dei farmaci antidolorifici e antinfiammatori con il Covid -19. "Improvvisamente anche per notizie venute dall'estero è apparsa la notizia che molti degli antinfiammatori, in particolare l'Ibuprofene, causava un maggiore rischio di infettarsi, in realtà questo è stato smentito dagli studi successivi per cui è una fake news, indubbiamente gli antinfiammatori possono alterare la risposta immunitaria ma da qui a sospenderli no, ogni farmaco ha degli elementi di rischio, ma noi valutiamo i rischi e i benefici e in casi di malati cronici di patologie osteoarticolari i vantaggi superano nettamente gli svantaggi, non ha senso la sospensione e questa è l'idea della comunità scientifica in proposito".

Il dolore cronico muscolo-scheletrico in Italia è un problema complesso. Secondo i dati dell'osservatorio sul dolore cronico in Italia è un problema che riguarda il 26% della popolazione italiana, mentre la percentuale sale al 74% se si considera la fascia di popolazione compresa tra i 60 e gli 80 anni. Per affrontare questo tipo di problema serve un approccio interdisciplinare. "Un equilibrio e una collaborazione interdisciplinare sicuramente favorisce la gestione di questi pazienti sia per il discorso sintomatologico ma soprattutto per la qualità di vita e la sopravvivenza"

Bisogna tenere alta la guardia anche in questo momento e non smettere di curarsi, perché i rischi per la salute sono reali. "Sono dei rischi grossi in realtà perché se consideriamo il paziente in fase iniziale, non trattare una patologia cronica degenerativa significa sicuramente peggiorare la prognosi. Inoltre sappiamo che tutto ciò altera la qualità di vita del paziente, come ad esempio se un paziente non cammina, ingrassa, ha problemi depressivi, cardiopatie, alterazioni metaboliche, per cui il quadro necessariamente peggiora. Quindi, curarsi e ridurre il sintomo significa anche migliorare la prognosi e vivere meglio e più a lungo".

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