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Giordanetti: responsabilità è garantire libertà agli artisti

di TMNews venerdì 10 luglio 2020
3' di lettura

Milano, 10 lug. (askanews) - Se l'arte è il linguaggio che rende accessibili, "democratici", i valori dell'innovazione, della tecnologia e della creatività concretizzati negli orologi Swatch, allora è all'arte e all'artista che si deve "restituire" accesso e visibilità in un contesto di responsabilità sociale d'impresa. E' su questa visione che si basa la scelta di Swatch di dare il via nel 2011 allo Swatch Art Peace Hotel di Shanghai, spazio di massima libertà espressiva per artisti di tutto il mondo.

Carlo Giordanetti, ceo di Swatch Art Peace Hotel, spiega così per Salone della Csr l'iniziativa della casa svizzera: "Per rendere completa la curva dell'impegno di Swatch nei confronti degli artisti, perché la vera missione è di responsabilità proprio nei confronti degli artisti - dice Giordanetti - è stato creato nel 2011 un progetto rivoluzionario è stato preso un edificio storico della città di Shanghai ed è stato trasformato in una residenza per artisti. Così Swatch ospita gratuitamente fino a diciotto artisti, ma poi dà a questi artisti la "visibilità". Questa è infatti una delle funzioni di questo progetto: lasciare la libertà di espressione agli artisti quando sono in residenza, e poi continuare a seguirli per una parte del loro cammino, sostenendoli e aiutandoli ad essere visibili all'esterno".

L'operazione di Shangai non ha nulla a che vedere con il prodotto: è un progetto autonomo di sostegno all'arte contemporanea che va ben oltre il concetto tradizionale di mecenatismo. E' una iniziativa che ha innescato infatti una forza creativa tale da vedersi riconosciuta come protagonista in contesti interazionali come la Biennale di Venezia. "Credo che il riconoscimento migliore della validità di questo progetto come di vera 'responsabilità verso il mondo' è stata l'accoglienza che la Biennale di Venezia ha dato allo Swatch Art Peace Hotel - prosegue il ceo di Swatch Art Peace Hotel - All'interno della Biennale, ormai da quattro edizioni, è stato dedicato uno spazio esclusivamente allo Swatch Art Peace Hotel in cui sono presentate le opere degli artisti che erano state in residenza. Si tratta di opere create appositamente per la Biennale, ma che hanno avuto l'apprezzamento da parte dei curatori della Biennale stessa. Quindi opere di artisti proposti da Swatch, ma approvati dai curatori della Biennale: e questo nel mondo dell'arte contemporanea credo sia uno dei riconoscimenti più alti possibili per un progetto indipendente".

Il 2020 passa alla storia, inevitabilmente, come l'anno della pandemia da Coronavirus.

In questo contesto parlare di arte e responsabilità può aprire prospettive di riflessione e conoscenza sul vivere quotidiano tutt'altro che scontate. Ed è questo un segnale che già si fa sentire da Shanghai. "Posso dire che in questo momento stiamo già ricevendo delle applications per futuri periodi di residenza il 50 per cento delle quali ha il concetto di lavorare intorno alla pandemia come 'obiettivo' - conferma Giordanetti - La maggioranza però la vede come una sfida a immaginare un futuro diverso. E credo che si questo ciò che gli artisti possono dare alla società: e cioè non guardare indietro, ma guardare avanti. Magari raccontando le proprie emozioni che sicuramente saranno state anche non positive, però sempre con la forza di lanciarsi verso il futuro, verso un'altra possibilità".

Dagli artisti dunque la spinta a guardare comunque al futuro; stimolo che Swatch ha già nel suo DNA ma che a sua volta rilancia, in un gioco continuo di restituzione tra impresa e arte. "Swatch come marchio vive di futuro, è un marchio che vive sul piede dell'anticipazione - conclude Giordanetti - Abbiamo già cominciato a cambiare certi elementi. Per esempio i ritmi di presentazione dei prodotti; siamo più focalizzati, meno dispersivi; stiamo imparando a essere più impattanti, ma a non tralasciare l'emozione nella comunicazione perché questa è una delle variabili chiave di tutto il nostro essere. E quindi guardiamo anche noi al futuro con curiosità".

(luca.ferraiuolo@askanews.it)

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La regista ha spiegato: "All'epoca se ne parlava tantissimo sulla stampa e ancora oggi escono fuori delle storie. Queste ragazze venivano dipinte come mostri, terroriste, ma avevano 15-16 anni e la storia era molto più complicata! Io e la sceneggiatrice abbiamo fatto tante ricerche, c'erano tante ragioni dietro quelle scelte. Noi volevamo raccontare la storia dal loro punto di vista, di due teenager, con luci ed ombre, la storia di un'amicizia e soprattutto cosa succede quando senti di non appartenere alla società in cui vivi".

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