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In un romanzo l'amante di Cesare che assomiglia tanto a Jackie

di TMNews mercoledì 18 novembre 2020
2' di lettura

Milano, 18 nov. (askanews) - "Ma più di tutte le altre amò Servilia, madre di Marco Bruto". Con una citazione di Svetonio comincia "Caesar" (Rizzoli), il romanzo di Antonella Prenner, filologa che già con "Tenebre" ha raccontato gli ultimi giorni di vita di Cicerone. Prenner questa volta per rivelare Gaio Giulio Cesare sceglie Servilia, sua amante lungo tutta la parabola del potere, aristocratica, donna bellissima, protagonista nella Roma che contava nonché madre di chi lo uccise.

"Io mi sono davvero convinta - spiega Prenner - leggendo le fonti, che lei fosse riuscita a entrare dentro Cesare, all interno delle pieghe del potere oscuro, complicato da comprendere, contraddittorio, che Cesare esercitava".

Lavoro certosino e passionale sulle fonti latine e greche che avvicina il lettore di oggi a quella Roma, dove lo status di amante non era come lo intendiamo oggi. Tanto poco peccaminoso che se a Prenner si chiede un corrispettivo di Servilia nell'epoca moderna, cita una first lady: "Penso a una moglie che ha vissuto il potere dall'interno in modo molto problematico, una donna del '900, Jackie Kennedy".

Sia Jackie che Servilia compagne infelici, tormentate da infiniti tradimenti, ma ambiziose e desiderose di rimanere vicino al potere supremo. E come Jackie anche Servilia si è trovata sulla sua strada una Marilyn.

"Servilia soffrì moltissimo della relazione di Cesare con Cleopatra", dice Prenner. "Aveva fatto perdere la testa a Cesare: pensate a questa donna bellissima magari non secondo i nostri canoni, ma di un fascino irresistibile".

Passione e gelosia a segnare la vita affettiva di Cesare, mentre in quella pubblica il suo delirio di onnipotenza aprì la strada verso il Cesaricidio. Una lezione estremamente moderna:

"La Roma repubblicana non era propriamente una democrazia, però era uno Stato in cui era forte il sentimento della libertas. Quando arriva un uomo che vuole sopprimere le prerogative di altri attori della politica, di altri protagonisti della vita civile, quale che sia la ragione e la personalità di quell'uomo, ...fanno tutti una brutta fine perché è insito nella natura umana l'istinto alla libertà".

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