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Sandrine Kiberlain: mostro la vita prima dell'orrore, ieri e oggi

di TMNews mercoledì 6 aprile 2022
2' di lettura

Roma, 6 apr. (askanews) - Sandrine Kiberlain è una delle attrici più amate del cinema francese, interprete di commedie e film d'autore, ha recitato con Vincent Cassel, Daniel Auteuil, Fabrice Luchini, Vincent Lindon, che è protagonista insieme a lei di "Un altro mondo", appena uscito nei cinema italiani. Il film diretto da Stéphane Brizé è l'ultimo della potente trilogia sul mondo del lavoro, dopo "La legge del mercato" e "In guerra".

Kiberlain è venuta a Roma ospite del festival di cinema francese "Rendez-vous" anche per parlare del suo primo film come regista, "Une jeune fille qui va bien", bellissimo esordio che ha per protagonista una ragazza ebrea di 19 anni, piena di vita e appassionata di teatro, nella Parigi del 1942. Un racconto ispirato ai ricordi della nonna di Kiberlain, che ha antenati ebrei polacchi, e ai diari di Anna Frank e Hélène Berr.

"In effetti quello che è importante è che io parlo di una ragazza nel pieno della sua giovinezza e della sua passione. Volevo parlare veramente della foga, dello slancio che si ha a quell'età. E ho pensato a me alla sua età, quando ho avuto l'impressione di rinascere, perché ho incontrato la mia passione, il teatro, la recitazione".

"Une jeune fille qui va bien" coglie la pienezza della vita appena prima che arrivi l'orrore della persecuzione. E in questo senso il film ha una straordinaria attualità, perché fa pensare a tutti i giovani ucraini che da un giorno all'altro hanno visto stravolta la loro esistenza.

"Ho sempre pensato che avrei fatto questo film per ricordare che quella cosa, se era successa una volta, poteva succedere ancora. E ho sempre pensato che Irène nel mio film doveva essere il simbolo dell'orrore inumano, ovunque e sempre. E purtroppo non c'è solo l'Ucraina oggi, c'è la Siria, l'Afghanistan. E poi, nonostante quello che è successo, oggi l'antisemitismo è ovunque. Per questo bisogna continuare a raccontare, sempre, non solo attraverso i film".

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La canzone si apre con lo sguardo della bambina, descritto con delicatezza e realismo: otto anni, forse meno, un berretto troppo grande e la capacità istintiva di "aspettare come solo i figli di chi parte sanno fare". Il dialogo con il comandante è lacerante nella sua innocenza: "Comandante papà oggi non è a casa. Se lo chiama lei magari gli risponde." Parole che diventano un crollo emotivo, un dolore che nessuna divisa prepara ad affrontare.

Il coro dei bambini, presente nei passaggi più toccanti, diventa la voce universale di chi ha perso un padre, un riferimento, una guida: "Ciao papà dove sei, perché hai preso il volo lasciando il vuoto "

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La collaborazione tra Danilo Amerio e Paolo Mengoli dà forza alla narrazione. Le loro voci si alternano come due prospettive della stessa ferita: quella dell'uomo che osserva la bambina e non trova parole; quella dell'adulto che porta il peso di ciò che resta non detto.

"Papà dove sei" è una ballad costruita senza artifici, lasciando spazio alla verità della storia: archi, pianoforte, voci pulite, una produzione asciutta che privilegia emozione e ascolto.

La canzone diventa così un omaggio ai padri che non ci sono più, alle famiglie che restano, ai bambini che aspettano risposte, e a tutti coloro che servono il Paese tra sacrifici e silenzi.

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