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Lingua, danza, oppressione e potere: il teatro di Marah Haj Hussein

di TMNews martedì 5 agosto 2025
2' di lettura

Santarcangelo di Romagna, 6 ago. (askanews) - Uno spettacolo che può agire anche come un dispositivo semiotico, che intreccia storie e parole, intorno al tema della lingua e delle dinamiche di potere che presiedono anche all'uso del linguaggio. Marah Haj Hussein è un'artista palestinese che ora vive in Belgio e al Santarcangelo Festival ha portato la performance "Language: no broblem". Un lavoro allestito come un'opera di poesia visiva, con i segni delle parole a essere protagonisti fisicamente, ma su supporti inconsueti, insieme a lei, attrice sul palco di un lungo racconto multilingue.

"Il tema della lingua - ha detto Marah Haj Hussein ad askanews - è qualcosa con cui siamo letteralmente cresciuti. Fin da bambini abbiamo conosciuto la nostra lingua araba, ma da sette anni si comincia a studiare l'ebraico a scuola. E questo è davvero usato come uno strumento di potere, e credi sapendo che saper bene l'ebraico offre a te palestinese molte più possibilità, una sensazione di maggiore uguaglianza, rispetto ai cittadini israeliani con cui vivi nella stessa terra".

Le pièce unisce il racconto di Hussein a testimonianze audio e a storie che vengono dai territori occupati: e il modo in cui la lingua dominante lentamente soppianta quella dominata diventa del palco evidente: anche nei discorsi trascritti in arabo alcuni termini appaiono solo con i caratteri ebraici. "È una strategia, tristemente nota - ha aggiunto l'artista -: l'ebraico ha cominciato a infiltrarsi nell'arabo: oggi ci sono molte parole che in arabo si sono semplicemente perse, sostituite dalle parole ebraiche, che è il linguaggio del potere, del progresso, della tecnologia. È diventato il linguaggio del successo".

Lo spettacolo, che vive di una sua forte coesione interna, unisce al racconto anche la danza, sia quella delle parole scritte, sia quella della stessa artista, che intorno a delle strutture geometriche costruisce un racconto fisico delle forme dell'oppressione, così come, viene da pensare, dei modi nei quali è possibile almeno immaginare una prospettiva di liberazione. "Quando ho cominciato a pensare di unire la danza e il teatro - ha concluso Marah Haj Hussein - ho trovato che entrambe le discipline potevano avere una componente astratta: io ho cercato di togliere questo elemento astratto e lasciare che si parlassero. Poi ho voluto spostare tutta la componente di astrazione nella scrittura e ho cercato di mettere invece una forte componente di realtà dentro la danza".

Lo scambio si percepisce, così come si percepisce la dimensione di teatro del suo lavoro, la forza scenica della sua postura, la visione molto precisa di ciò che è il palco. E questa cosa, in un certo modo, forse troppo astratto soprattutto al tempo di Gaza, ci ricorda però che delle alternative esistono, che degli altri spazi esistono. Che esiste anche un'altra narrazione. Dire di più sarebbe vuota retorica, ma dimenticarlo appare altrettanto sbagliato. (Leonardo Merlini)

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"Dal mio punto di vista questa guerra è illegale, è un grave errore, e spero - ha concluso - che nel prossimo futuro si possa assistere a una de-escalation e, naturalmente, a una via d'uscita, grazie alla diplomazia e non grazie alla guerra".

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Nel corso dell'incontro, è stato evidenziato come il Safe Hearts Plan punti su programmi di screening mirati e sull'adozione di approcci sempre più precisi, anche grazie all'integrazione tra innovazione tecnologica, strumenti digitali e nuovi modelli organizzativi della sanità nazionale: "Fare prevenzione significa fare principalmente due cose. Innanzitutto fare un investimento culturale, cioè fare in modo che le persone vedano il modo di sottoporsi ai screening, cambiare gli stili di vita e il modo di alimentarsi come priorità del loro vivere, e fare in modo che il sistema sanitario sia un promotore di questa cultura, che però deve interessare anche il mondo della scuola, dello sport, dell'associazionismo. Insomma, tutta la mentalità del nostro modello sociale. Però deve essere accompagnato anche da un modello organizzativo di presa in carico, perché prevenzione è anche fare screening e monitorare, intercettare immediatamente una patologia con una diagnosi precoce, ma soprattutto una presa in carico che faccia in modo che le terapie vengano seguite" ha detto Gian Antonio Girelli, Presidente Intergruppo Parlamentare Prevenzione e Riduzione del rischio.

"È importantissimo che in Italia venga recepito e venga costruito un piano nazionale dedicato alle malattie cardiovascolari e, quindi, andare a recepire il Safe Hearts Plan a livello europeo per due motivi: perché le malattie cardiocerebrovascolari sono la prima causa di morte, la prima causa di disabilità e la prima causa di ospedalizzazione in Italia e non solo in Italia ma anche in Europa" ha aggiunto Elena Murelli, presidente Intergruppo parlamentare Genomica e Genetica e Intergruppo Malattie cardio-cerebrovascolari

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La grande "Exposition Générale" è un viaggio affascinante dentro l'allestimento del palazzo, ma, soprattutto, dentro i percorsi che la Fondation Cartier ha costruito nel corso del tempo, guardano ai filoni meno battuti dell'arte, guardando al mondo e alla relazione decisiva con l'ambiente, offrendo una possibile via "selvatica" al racconto del contemporaneo, che qui vive di una dimensione più grande, più complessa, in certi momenti sorprendente e in altri quasi salvifica. Perché ci ricorda la relazione con un mondo che non è solo umano, perché esplora le metamorfosi e i tempi più lunghi, perché accoglie anche artisti star del mercato, ma sempre guardandoli da un punto di vista differente, costruendo quell'idea di alternativa da cui siamo partiti. Il tutto anche con una consapevolezza critica, che diventa politica, sia che si ragioni della relazione tra la creatività e l'intelligenza artificiale, sia che si affronti la questione delle migrazioni e delle crisi climatiche in un mondo sempre più polarizzato, diviso e fragile, soffocato da un capitalismo estremo che somiglia tremendamente al colonialismo.

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