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Sanremo, Luché: Basta critiche su autotune, quel palco emozione forte

di TMNews mercoledì 25 febbraio 2026
2' di lettura

Sanremo, 25 feb. (askanews) - "Emozionante perché è un one shot. Non hai la possibilità di cantare con il pubblico che già conosce la canzone, non hai quel tifo. Ti metti a nudo per la prima volta davanti a tutti con un brano inedito. E' dura, è dura, il 90 per cento delle mie energie andavano nel cercare di controllare l'ansia e la paura di sbagliare": così il rapper Luché in conferenza stampa a Sanremo dopo la prima serata del festival.

"E' un'emozione davvero forte, un'esperienza che però ti fa crescere anche come artista e persona, perché devi imparare a controllarti e rimanere concentrato", ha aggiunto.

"Sfido chiunque a salire su quel palco e restare calmi come se cantassi a un karaoke. Io poi sono un rapper, mi affaccio alla melodia da poco, non mi definisco un cantante. Si sentono storie di cantanti che cantano da quando erano piccoli a cui tremano ancora le gambe. E' un'emozione davvero forte da gestire", ha sottolineato.

"Sulle critiche riguardo l'autotune, siamo nel 2026, ci rimango un po' così. Io rispetto i gusti di tutti, ma nel mio pezzo non c'è solo l'autotune, ma 5 o 6 effetti sulla voce per creare un sound internazionale, utilizzato in tutto il mondo, non capisco perché ancora qualcuno storce il naso. Ridurlo solo all'autotune scredita anche il lavoro del sound engineer", ha ribadito.

"Il Labirinto - ha proseguito parlando del suo brano - è un po' una metafora della vita, di una relazione, è anche un po' una metafora del mio cervello da cui alcuni pensieri non riescono mai a uscire. Credo che nella vita si esca e si rientri in questo labirinto più di una volta, il che fa anche bene, perché stare dentro la nostra testa ci può far capire molte cose di noi. Se se ne esce, bisogna uscirne più formati e consapevoli, la consapevolezza di noi stessi credo sia la chiave per risolvere molti problemi. La canzone parla un po' di me, un po' di una relazione da cui queste due persone non riescono a uscire e forse non ne vogliono uscire", ha concluso.

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"Si è come gli alberi - ha detto ad askanews Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia - l'albero è presente, l'albero ha le foglie, ha i frutti, perde le foglie, perde i frutti, perde anche se stesso e le radici che restano se ne vanno, ma i semi invece camminano e il team di Koyo sono il seme che ha generato attraverso il suo progetto, attraverso le sue fronde, attraverso la presenza, e in virtù della sua assenza, la meraviglia dimostra che prossimamente tutti noi e tutti voi vedrete".

La mostra internazionale prevede 111 partecipanti, tra artisti, artiste, duo, collettivi e organizzazioni provenienti da contesti geografici differenti, selezionati da Koyo privilegiando soprattutto risonanze, affinità e possibili convergenze tra pratiche anche lontane. Con l'obiettivo di restituire e ampliare una geografia relazionale, intessuta nel corso di una vita e fondata sull'incontro. E, sia nei discorsi dei curatori, sia nell'intervento di Buttafuoco due termini sono risuonati in particolare: poesia e cura. "Sono parole che diventano sinonimi - ha aggiunto il presidente - sono parole che insieme legano e qui, entra in gioco la religio, il tenere insieme le cose, la cura, ovvero la complessità dell'esistenza del mondo, delle relazioni e la consapevolezza della, ho usato a posto un termine ispirato dalla presenza di Stefano Zecchi, della gettatezza. Noi siamo quindi qui e ora e dunque nel progetto di un'esistenza che ci vede responsabili rispetto a ciò che abbiamo intorno".

Un intreccio tra anima e intelletto, l'attenzione alle pratiche e alle relazioni processuali, la meraviglia opposta al cinismo, i riferimenti letterari a James Baldwin, a Toni Morrison e ai Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez: il mondo di "In Minor Keys", anche se ancora non del tutto svelato, si rivela già come una foresta di possibilità in divenire, che avrà attenzione anche per le performance e l'effimero. E quel concetto di Heidegger dell'uomo gettato nel mondo può rivelarsi un'occasione in più, pur nella mancanza che è l'elemento caratteristico di questa Biennale. "Emotivamente il primo pensiero che ho avuto - ha concluso Buttafuoco - è stato quello della bacchetta che viene appoggiata sul leggio quando è completato il lavoro di Turandot, è completato nell'incompletezza e nel suo essere incompleto apre e squaderna le nuove visioni".

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