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Clima, attivisti fanno causa alla Svezia

di TMNews martedì 26 maggio 2026
1' di lettura

Stoccolma, 26 mag. (askanews) - Un gruppo di attivisti per il clima ha fatto causa allo Stato svedese, accusandolo di aver violato il diritto di protesta. Il ricorso è stato presentato al tribunale distrettuale di Stoccolma da 46 attivisti di Svezia, Norvegia e Germania, riuniti sotto il nome "The Rosa Case", in riferimento a Rosa Parks. Secondo il gruppo, tra il 2020 e il 2026 fino a 388 attivisti climatici sarebbero stati sospettati, processati o condannati per avere partecipato a manifestazioni.

"Abbiamo chiesto che questo caso venga trattato come un'azione collettiva, e ci sono già 46 persone che lo sostengono - afferma l'attivista Viktor Jonsson -. Potenzialmente, il gruppo complessivo potrebbe arrivare a 388 persone, che abbiamo identificato come partecipanti a manifestazioni negli anni 2020 a favore della transizione climatica e contro attività dannose per il clima. Chiediamo che lo Stato ci risarcisca per le violazioni che abbiamo subito, per il fatto di essere stati portati davanti a un tribunale. Questo è il denominatore comune: siamo stati processati per avere manifestato pacificamente".

"Dal punto di vista legale - prosegue Jonsson - ci basiamo sulla Costituzione svedese, sulla Convenzione europea, che in Svezia è legge, e soprattutto sulla Convenzione di Aarhus, oltre che sulle altre convenzioni delle Nazioni Unite sui diritti umani".

"Non ci è permesso manifestare. O meglio: se manifesti per il clima e lo fai creando disagio, vieni portato in tribunale e molto probabilmente condannato per un reato. Questo non può esistere in una società democratica", conclude l'attivista.

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Roma, 26 mag. (askanews) - E' ambientato a Kabul nel 2021, poco prima del ritorno dei talebani dopo 20 anni di presenza americana, "No good men" della regista Shahrbanoo Sadat, nei cinema italiani dal 28 maggio. Una commedia che non vuole solo denunciare il patriarcato violento nella società afgana ma anche mostrare, attraverso una storia romantica, il vero volto delle donne di Kabul.

Sadat, che oggi vive in Germania, nel film interpreta Naru, un'operatrice tv di Kabul News. "In quel momento c'erano opportunità, io sono un prodotto di quei venti anni: ho studiato inglese, ho avuto un lavoro, sono diventata regista, ma la nostra è comunque una società profondamente patriarcale, con tante limitazioni per le donne. Nel film volevo raccontare la storia di una di loro, che lavora e al contempo prova a combattere il sistema. E volevo farlo attraverso una commedia romantica, che in realtà non era mai stata fatta prima in Afganistan, e anche questa era una sfida complessa per me".

Per la regista era importante mostrare varie sfaccettature della società afgana, delle sue donne e di quegli uomini che anche oggi cercano di sottrarsi alle logiche patriarcali, i 'good men': "Molti pensano che tutte le donne in Afganistan siano represse, silenziose ma questo è un cliché: anche se negli ultimi 5 anni non possono più andare a scuola o lavorare, ma non vuol dire che stiano ferme a casa. Conosco tantissime donne che seguono corsi d'inglese o fanno sport in segreto: anche se le libertà sono limitate non si fermeranno. E allo stesso modo non si parla mai dei 'good men' e di quanto è difficile per loro la vita lì: vengono bullizzati, molestati. Ma abbiamo bisogno anche degli uomini, senza di loro anche i movimenti femminili non possono arrivare a creare una società fatta di rispetto per l'altro".

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"Per quanto abbiamo appreso dai nostri assistiti gli abusi ci sono stati e sono stati anche di natura molto diversa tra loro, quindi è importante che il racconto di ciascuno non venga disperso, l'esperienza diretta di ciascuno non venga dispersa", racconta ad askanews Francesca Cancellaro, una delle avvocate del team legale. "Sicuramente abbiamo ravvisato fin da questi primi racconti una escalation di violenza e anche di intensità rispetto agli abusi che ci sono stati, ai maltrattamenti, quindi da questo punto di vista è necessario proprio una grande attenzione ricostruttiva", sottolinea. Ad essere ascoltate al momento una quarantina di persone. "Sono stati giorni del rientro e naturalmente sono stati giorni molto delicati perché le persone sono tornate ovviamente con i segni e i traumi che hanno riportato dopo la permanenza in Israele e prima ancora, a partire dal momento del sequestro, quindi già in acque internazionali", dice Cancellaro.

Dopo l'ascolto, i passi legali. "Abbiamo iniziato a sentire le prime testimonianze formalmente perché ovviamente tutto quello che è il racconto delle esperienze vissute direttamente da ciascuno degli attivisti dovrà confluire poi nel fascicolo di indagini che è stato aperto davanti alla Procura di Roma", spiega l'avvocata del team che lavora con gli attivisti.

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"Da ogni angolo del mondo, e in molti lingue, sono arrivati con un cuore e un obiettivo: raggiungere Gaza con aiuto umanitario", scrive martedì Maghreb Sumud, ricordando che "oggi, sono detenuti, e stiamo ancora aspettando la loro liberazione e rassicurazioni sulla loro sicurezza".

La delegazione dei 10 attivisti (oltre ai due italiani ci sono cittadini di Spagna, Polonia, Stati Uniti, Argentina, Uruguay e Tunisia), aveva tentato di negoziare a Sirte il passaggio del convoglio di aiuti umanitari diretto a Gaza.

Ai due italiani fermati, si aggiungono altri 7 connazionali che in Libia sarebbero stati sgomberati dall'accampamento dove si trovavano a Sirte e accompagnati a Misurata per essere rimpatriati; fonti della Global Sumud Flotilla riferiscono che ripartiranno da Tripoli via Istanbul, con arrivo all'aeroporto di Fiumicino domani alle 9,30. Fonti informate riferiscono che il console generale a Bengasi è in attesa di notizie per poter effettuare una visita consolare ai due militanti italiani arrestati.

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