Milano, 8 lug. (askanews) - Ester, una ragazza ebrea cresciuta a Roma, e due ferite ancora aperte nella memoria collettiva: l'attentato alla Sinagoga del 1982 e quello all'aeroporto di Fiumicino del 1985. È da queste immagini - le sirene, i vetri infranti, i volti dei sopravvissuti - che nasce "Il collezionista di ebrei", il giallo d'esordio di Michele M. Concezzi, pubblicato da Historica Edizioni: 238 pagine che arrivano in libreria proprio in un'estate segnata da molteplici tensioni.
"L'idea di questo giallo nasce dalla curiosità che mi ha ispirato sin dall'inizio il macabro ritrovamento dello scheletro della Magliana del 2007, un caso poi rimasto insoluto. Ho pensato di scriverlo perché secondo me non è mai stata data la giusta importanza alla possibile pista di un movente antisemita", spiega Concezzi.
Da qui la scelta di trasformare il "collezionista di ossa" in un "collezionista di ebrei", immaginando un serial killer che seleziona le vittime in base al cognome, mosso da un odio antisemita che attraversa decenni di storia italiana. Il contrappunto lo fa Ester, la protagonista che abita contemporaneamente tre livelli: la cronaca, la memoria familiare e la città. "Oltre ad essere ebrea, è cronista di nera, ha una vita sentimentale molto movimentata e anche un vissuto personale complicato. È stata testimone ad esempio dell'attentato alla sinagoga dell'82, cosa che le dà una sensibilità particolare anche in merito a questo enigma", spiega lo scrittore.
Il romanzo si muove così su un doppio binario. Da un lato il meccanismo del giallo, con la sua tensione narrativa e la ricerca di un colpevole; dall'altro una riflessione più sotterranea, che riguarda ciò che resta ai margini delle cronache, ciò che non viene indagato fino in fondo. Il caso della Magliana, nella finzione, diventa allora qualcosa di più di un enigma: è una crepa, una discontinuità che obbliga a interrogarsi su ciò che si è scelto di non vedere. "Sicuramente la protagonista ha un forte senso di appartenenza: chiunque vorrà scorgere un messaggio politico lo potrà fare, ma non c'era questo intento", dice Concezzi che suggerisce, senza mai dichiararlo apertamente: il vero rischio non è solo l'odio esplicito, ma quello che si sedimenta, che si normalizza, che passa inosservato. Ed è qui che la memoria entra in gioco non come esercizio celebrativo, ma come strumento critico.
Servizio di Cristina Giuliano
Montaggio di Alessandra Franco
Immagini askanews, archivio