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Bechis: "Ritorno a Buenos Aires" pensando a chi sopravvive a Gaza

di TMNews venerdì 11 settembre 2026
2' di lettura

Venezia, 11 set. (askanews) - Sono passati 27 anni dall'uscita di "Garage Olimpo", il film con cui Marco Bechis mostrava i crimini compiuti dalla dittatura militare argentina, e all'83esima Mostra del Cinema di Venezia il regista ha portato "Ritorno a Buenos Aires". Ambientato nel 2008, il film mostra cosa voglia dire per un sopravvissuto a sequestri e torture tornare in quel Paese per testimoniare al processo contro gli ex militari. Il protagonista è un uomo interpretato da Adriano Giannini che nel suo ritorno a Buenos Aires, dopo 33 anni vissuti in Italia, deve confrontarsi con cosa voglia dire essere rimasto vivo.

Il regista ha spiegato: "Non è facile, non tutti i sopravvissuti riescono a diventare testimoni, non hanno il coraggio di farlo, esporsi anche di fronte ai propri carnefici, che sono stati arrestati e in giudizio. E la cosa che mi ha spinto è più un legame con l'attualità: oggi quanti sono i sopravvissuti a Gaza che non possono fare i testimoni perché non ci sono tribunali che li ascoltino? Oggi siamo circondati da guerre, con un sacco di sopravvissuti a quelle guerre, a quelle catastrofi, e nessuno che li ascolta".

Lo stesso Bechis a 22 anni fu sequestrato dalla polizia argentina, nel 2010 è tornato a Buenos Aires per testimoniare contro i militari. Oggi, rispetto al Presidente Milei e alla diffusione delle nuove autocrazie, ha affermato: "Credo che siano dei fenomeni social, se Milei è stato eletto è perché i 20enni, trasversalmente, dai più ricchi ai più poveri, hanno votato trasversalmente per un fenomeno social. Se rimaniamo rinchiusi nel non volere gli altri finiremo per essere una dittatura, l'Europa sarà una dittatura".

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La curatrice Ilaria Bernardi in occasione dell'inaugurazione ha spiegato ad askanews: "La mostra Continente Arte di Adji Dieye è coprodotta da Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e Associazione Genesi. Presenta un tema molto attuale che è quello della multiculturalità, ma soprattutto come una cultura diversa dalla nostra può essere interpretata sulla base di canoni di chi la sta interpretando. Nella mostra infatti l'artista che è nata in Italia ma ha origini senegalesi inscena una televendita delle sue opere interpretata da due diversi televenditori. In ogni versione della televendita i televenditori, che sono da un lato Valer Bruni Tedeschi che impersona Tiziana Bianchi una collezionista televenditrice e dall'altro il vero televenditore Alessandro Orlando, parlano delle opere dell'artista senza però esplicitarne mai il vero senso. In entrambi i casi sono proiezioni della loro cultura, del loro occhio, sulle opere, ma senza assolutamente tener conto della voce dell'artista. Questo viene esplicitato soprattutto nel video di Tiziana Bianchi dove è presente anche l'artista che viene intervistata ma al momento in cui l'artista sta parlando per spiegare le sue opere, avviene un brusio che ammutolisce l'artista stesso. I video sono accompagnati poi da cinque sculture che fanno parte di una nuova serie che evocano il mercato di Dakar che ha delle costruzioni architettoniche in stile neo sudanese, uno stile completamente inventato per fare le esposizioni internazionali delle colonie francesi in Francia. Questo mercato di Dakar ha delle strutture che sono state importate direttamente dalla esposizione internazionale di Marsiglia del 1922, sostituendo una sorta di heritage per la popolazione locale. Sono architetture che sono più finte del finto o più vere del vero, perché appunto non sono in stile locale, ma sono una visione occidentale dello stile sudanese". Il progetto invita così a interrogarsi su chi costruisca il significato delle opere, quali narrazioni vengano privilegiate e quali invece restino inascoltate. L'attenzione si concentra sulla provenienza geografica dell'artista, sugli stereotipi associati agli artisti afrodiscendenti, sulle aspettative del pubblico rispetto a determinati temi identitari e sociali, fino a trasformare l'opera in una sorta di pretesto per la conferma di narrazioni già note. La televendita diventa una metafora dei processi di mediazione culturale che accompagnano l'arte contemporanea, mettendo in discussione il ruolo di critici, curatori, istituzioni, media e mercato nella costruzione del significato e del valore delle opere.

In occasione dell'inaugurazione della mostra si è tenuta anche RE-VEIL: the sound of images di Luc Ndikubwimana: una performance afro-futurista di sound art che dialoga con una composizione di videoarte, entrambe focalizzate sul percorso dell'arte nera, delle culture afrodiscendenti e delle voci nere che hanno attraversato e rivoluzionato la storia contemporanea per riappropriarsi della narrazione delle storie nere e delle connessioni tra musica, danze e tradizioni afrodiscendenti nere globali, diasporiche e non. La performance rappresenta un momento di restituzione dell'Agitu Ideo Gudeta Fellowship, affirmative action nata per contrastare l'assenza di diversità nel panorama artistico, sviluppata da Centrale Fies, in collaborazione con Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e Palazzo Grassi - Punta della Dogana.

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