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Venezia, "Un po' di luce" di Ali Asgari: il cinema mezzo di resistenza

di TMNews venerdì 11 settembre 2026
1' di lettura

Venezia, 11 set. (askanews) - Il regista iraniano Ali Asgari ha presentato alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia "Un po' di luce" (A Bit of Light"), in Concorso.

Il film, nelle sale dal primo ottobre, è il suo sesto lungometraggio ed è stato girato in circostanze particolarmente difficili, con l'inizio della guerra e la minaccia continua dei bombardamenti in Iran. Racconta di un medico che viene arrestato e, dopo aver visto chiudere il suo ambulatorio, perde la fiducia nel futuro. Deciso a togliersi la vita, trascorre un ultimo giorno in visita al fratello, alle sorelle e alla madre per prepararli ad affrontare la sua scelta. La compassione e l'affetto dei familiari finiranno per farlo riconciliare col mondo.

Il regista ha parlato del cinema oggi in Iran come di "un mezzo molto forte di resistenza". "Ognuno nel nostro Paese, ogni giorno, si confronta con difficoltà enormi che non ci sono in altre parti del mondo, ogni cosa che facciamo diventa un atto politico, quindi il cinema è un mezzo molto forte di resistenza per far arrivare un messaggio al pubblico".

Il titolo, "A bit of light", ha spiegato, pervade tutto il film: "Nella nostra quotidianità viviamo dei momenti, degli istanti, non ce la facciamo a illuminare il nostro cammino con una luce molto grande ma dobbiamo illuminarlo passo dopo passo, abbiamo bisogno di piccole cose per andare avanti e queste piccole cose vengono illuminate una alla volta".

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La curatrice Ilaria Bernardi in occasione dell'inaugurazione ha spiegato ad askanews: "La mostra Continente Arte di Adji Dieye è coprodotta da Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e Associazione Genesi. Presenta un tema molto attuale che è quello della multiculturalità, ma soprattutto come una cultura diversa dalla nostra può essere interpretata sulla base di canoni di chi la sta interpretando. Nella mostra infatti l'artista che è nata in Italia ma ha origini senegalesi inscena una televendita delle sue opere interpretata da due diversi televenditori. In ogni versione della televendita i televenditori, che sono da un lato Valer Bruni Tedeschi che impersona Tiziana Bianchi una collezionista televenditrice e dall'altro il vero televenditore Alessandro Orlando, parlano delle opere dell'artista senza però esplicitarne mai il vero senso. In entrambi i casi sono proiezioni della loro cultura, del loro occhio, sulle opere, ma senza assolutamente tener conto della voce dell'artista. Questo viene esplicitato soprattutto nel video di Tiziana Bianchi dove è presente anche l'artista che viene intervistata ma al momento in cui l'artista sta parlando per spiegare le sue opere, avviene un brusio che ammutolisce l'artista stesso. I video sono accompagnati poi da cinque sculture che fanno parte di una nuova serie che evocano il mercato di Dakar che ha delle costruzioni architettoniche in stile neo sudanese, uno stile completamente inventato per fare le esposizioni internazionali delle colonie francesi in Francia. Questo mercato di Dakar ha delle strutture che sono state importate direttamente dalla esposizione internazionale di Marsiglia del 1922, sostituendo una sorta di heritage per la popolazione locale. Sono architetture che sono più finte del finto o più vere del vero, perché appunto non sono in stile locale, ma sono una visione occidentale dello stile sudanese". Il progetto invita così a interrogarsi su chi costruisca il significato delle opere, quali narrazioni vengano privilegiate e quali invece restino inascoltate. L'attenzione si concentra sulla provenienza geografica dell'artista, sugli stereotipi associati agli artisti afrodiscendenti, sulle aspettative del pubblico rispetto a determinati temi identitari e sociali, fino a trasformare l'opera in una sorta di pretesto per la conferma di narrazioni già note. La televendita diventa una metafora dei processi di mediazione culturale che accompagnano l'arte contemporanea, mettendo in discussione il ruolo di critici, curatori, istituzioni, media e mercato nella costruzione del significato e del valore delle opere.

In occasione dell'inaugurazione della mostra si è tenuta anche RE-VEIL: the sound of images di Luc Ndikubwimana: una performance afro-futurista di sound art che dialoga con una composizione di videoarte, entrambe focalizzate sul percorso dell'arte nera, delle culture afrodiscendenti e delle voci nere che hanno attraversato e rivoluzionato la storia contemporanea per riappropriarsi della narrazione delle storie nere e delle connessioni tra musica, danze e tradizioni afrodiscendenti nere globali, diasporiche e non. La performance rappresenta un momento di restituzione dell'Agitu Ideo Gudeta Fellowship, affirmative action nata per contrastare l'assenza di diversità nel panorama artistico, sviluppata da Centrale Fies, in collaborazione con Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e Palazzo Grassi - Punta della Dogana.

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