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Cartoline dalla Biennale arte: storie dal Belgio al Ghana

domenica 26 maggio 2019
3' di lettura

Venezia, 20 mag. (askanews) - Il Leone d'oro della 58esima Biennale d'arte di Venezia è andato al fotografatissimo padiglione della Lituania, ma girando per gli altri spazi nazionali tra Arsenale e Giardini si possono incontrare molte storie interessanti. A partire del Padiglione del Belgio, menzione d'onore della giuria della Biennale, affidato alla coppia di artisti Jos de Gruyter e Harald Thys con la curatela di Anne-Claire Schmitz e significativamente intitolato "MONDO CANE". Un viaggio tra il folkloristico e l'inquietante in uno scenario popolato da marionette a grandezza naturale che riproducono un rigida divisione sociale: da una parte "gli artigiani", produttivi, integrati, conformisti; dall'altra, dietro grate fin troppo riconoscibili, il resto dell'umanità: poeti, pazzi, zombie, emarginati. I due mondi non comunicano, non si riescono nemmeno a guardare l'un l'altro. Sembra di stare in una sorta di doppio Paese delle Meraviglie, ma il sottotesto è bruciante e vicinissimo ai pensieri segreti di molti di noi. Poco distante, sempre ai Giardini, nel Padiglione della Danimarca, ci si imbatte nel lavoro di Larissa Sansour, artista nata a Gerusalemme Est, curato da Nat Muller. Il cuore del progetto è un magnetico film a due canali nel quale due donne, Dunia e Alia, costrette a vivere sottoterra a causa di un disastro ecologico, si ritrovano a discutere sul valore della memoria nel momento in cui si è perso tutto ciò che si aveva prima. Accanto ai concetti, però, quello che funziona in modo straordinario è l'impatto visivo del film, il suo essere capace di avvolgere tutto, fino a sostituire anche la nostra realtà. Totalizzante, insieme riconoscibile e lontanissima, è anche l'esperienza nel Padiglione di Israele, dove l'artista Aya Ben Ron e il curatore Avi Lubin hanno allestito un vero e proprio centro medico. "Field Hospital X" è un progetto che prevede sale d'attesa, stanze insonorizzate per poter "urlare in modo controllato" e vere e proprie postazioni di cura. Si tratta, nelle parole di Lubin, di "una istituzione mobile internazionale che ha come compito quello di studiare il modo in cui l'arte può reagire e agire di fronte alle malattie sociali". E lo fa attraverso attese e attenzioni, lo fa prendendo in cura il visitatore e sottoponendolo a una "terapia" personalizzata con dei film d'artista. Poi, una volta conclusa la cura, si viene dimessi con un braccialetto che ricorda che "qui tutti possono vivere liberi". Spostandosi in Arsenale, tra le tante storie, ci si imbatte anche in quella del Padiglione del Lussemburgo, nel quale l'artista di origine portoghese Marco Godinho ripercorre il Mediterraneo, luogo chiave del nostro presente fatto di migrazioni e frizioni di civiltà, con un progetto di racconto che ruota intorno alla meravigliosa installazione "Written by Water", una collezione di centinaia di taccuini in bianco che l'artista ha immerso in diverse zone del Mare Nostrum. Una panoramica, a perdita d'occhio, di possibili storie che restano però invisibili. Tra i papabili Leoni d'oro c'era a nostro avviso anche il Padiglione del Ghana, che per ricordare la propria indipendenza, datata 1957, ha scelto di chiamare il progetto di quest'anno "Freedom" e ha schierato sei artisti di tre diverse generazioni tra i quali tre big assoluti, come El Anatsui, Ibrahim Mahama e John Akomfrah. La ricchezza dell'esposizione è sia spaziale, il padiglione è grande e articolato, sia di contenuti e di pratiche artistiche: dal video alla pittura, dalle grandi installazioni alla fotografia. Un progetto potente che somiglia a una piccola mostra autonoma dentro la più grande struttura della Biennale, a sua volta contenuta in un mondo dell'arte globale dove le geografie di rilevanza si stanno continuando a modificare in senso policentrico.

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