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La pittura nel territorio dell'indicibile: Luc Tuymans a Venezia

sabato 23 marzo 2019
3' di lettura

Venezia 22, mar. (askanews) - C'è la storia, dentro quei quadri dalle tonalità sorde. Ma c'è anche la pittura, nella sua rinnovata complessità e nella sua abrasiva obliquità di sguardo. Palazzo Grassi a Venezia ospita la mostra "La Pelle": oltre 80 opere di Luc Tuymans, artista belga che oggi è forse il pittore più influente al mondo. "Voi vedete i dipinti - ha detto Tuymans ad askanews - ma non vedete la violenza che c'è dietro. Che non è solo nel senso fisico delle mutilazioni, ma è anche psicologica. E' una sorta di distopia, perché noi viviamo in tempi distopici, ma è anche piena di riferimenti effettivamente nascosti. Io credo che la pittura dovrebbe avere sempre molti livelli, soprattutto quando è figurativa". Attraversando la mostra si sente fortemente, quasi fisicamente, la sensazione di una assenza di fondo, di una mancanza che la pittura non può colmare, di una visione che nasce distorta, mutila, come se fossimo perennemente prigionieri nella Caverna di Platone. Ma, al tempo stesso, ciò che vediamo ha una evidenza inaudita, e la pittura ci pare arrivare ad affermare se stessa proprio attraverso quella che in apparenza è una auto-negazione. "L'idea di fondo - ha spiegato Tuymans - è stata quella di fare una mostra di grande understatement e che fosse un'esperienza visiva che andasse oltre quello che si può spiegare completamente. E' una mostra che può interagire con la memoria, anche perché c'è molto spazio tra i dipinti e permette al pubblico di focalizzarsi sulle singole opere". Curata da Caroline Bourgeois, "La Pelle" ha la strana caratteristica di mostrarci quanto la pittura di Luc Tuymans abbia anche a che fare con la scultura e con l'installazione. "La dimensione pittorica di Luc Tuymans - ci ha spiegato la curatrice di Palazzo Grassi - si avvicina a quella scultorea, nel grande mosaico che, se volete, richiama Carl Andre, ma soprattutto nei suoi quadri, nei quali il soggetto sorge dalla tela". Il mosaico, appunto, una drammatica e segreta rievocazione dei campi di sterminio nazisti, un contrappunto alla monumentalità del grande atrio di Palazzo Grassi che ospitava il colosso di Damien Hirst, una sorta di vendetta - la parola è di Tuymans - nei confronti della "dimensione" della storia. "Quello che vediamo nei dipinti, quello che ci si presenta - ha aggiunto Caroline Bourgeois - è la banalità del male. E si sollevano molte domande politiche sulla storia, e sono domande che non possiamo non riconoscere come attuali. Nascono dal passato ma sono molto attuali". Ma sono domande che arrivano in modo indiretto, e forse la grande, indiscutibile forza, anche politica se volte, della mostra sta proprio in questa sua obliquità. "Penso che una delle caratteristiche della pittura - ha concluso Luc Tuymans - sia quella di essere difficile da memorizzare in profondità. Quindi qui abbiamo immaginato un'esperienza che è fisica, ma anche mentale. E con l'anacronistica pittura si possono fare molte più cose di quanto immaginate, è come il Deep Web, una costellazione oscura". La mostra di Palazzo Grassi, con la sua dose di magnetica oscurità, resta aperta al pubblico fino al 6 gennaio 2020.

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