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Sindacato, Confintesa: nuovo modello contro crisi rappresentanza

sabato 6 aprile 2019
2' di lettura

Roma, 5 apr. (askanews) - La crisi di rappresentanza che sta attraversando la politica non risparmia nemmeno il sindacato che in questi ultimi anni ha dovuto fare i conti non solo con il lavoro che è diminuito ma anche con la sfiducia dei lavoratori nei confronti delle organizzazioni storiche. Sempre più lavoratori si stanno spostando infatti verso il sindacato autonomo ma quello che appare sempre più necessario è una rivisitazione delle strategie per restituire certezze alle famiglie degli espulsi dal mercato del lavoro. Se ne è parlato al convegno di Confintesa "Futuro today" cui hanno partecipato esponenti storici del mondo sindacale e tra questi Francesco Prudenzano, segretario generale di Confintesa. "C'è un allontanamento dal sindacato in generale. La crisi di rappresentanza è perchè i lavoratori non si sentono più rappresentati e anche con una certa ragione. È una istintiva repulsione a un sistema di relazioni sindacali che non è un sistema naturale. Non ci si basa su una contrapposizione tra datore di lavoro e lavoratore costruttive ma su dinamiche diverse. Perchè - ha detto Prudenzano - non c'è stata una capacità di trasformazione, di adeguarsi ai cambiamenti e un ricambio necessario all'interno del sindacato perchè le strutture non sono regolamentate con un minimo di regole e questo è il motivo per cui siamo favorevoli al salario minimo perchè anche se non sufficiente mette un primo punto di regole comune per tutti finora determinato dai contratti firmati dai rappresentativi che lo sono perchè firmano i contratti ed è un cilcolo vizioso". Di un modello più partecipativo parla invece Marco Roselli, vicesegretario della Fismic: "Deve intensificarsi - spiega - la partecipazione. Noi siamo per la partecipazione. Le aziende devono fare i loro utili perchè noi siamo contenti quando le aziende fanno utili perchè più le aziende fanno utili e più noi potremo chiedere ai tavoli che quegli utili siano distribuiti ai lavoratori". Un richiamo al pragmatismo arriva da parte dell'ex segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, scettico verso il salario minimo orario: "Basterebbe rendere i contratti nazionali - spiega - obbligatori per legge. Si risolverebbe meglio questo problema che effettivamente esiste ma non c'è nessun motivo di aumentarli perchè con il salario minimo legale in un paese come l'Italia, fatto da molte migliaia di piccole imprese piano piano i contratti sarebbero cancellati e quindi piano piano nell'arco di pochi anni reali diminuirebbero invece di aumentare". Per Luigi Agostini, ex segretario confederale della Cgil, occorre invece ritornare a fare sindacato sui luoghi di lavoro: "Il sindacato per ricquistare la sua forza deve ritrovare le sue radici nei luoghi di lavoro e oggi sono multientnici e in tante aziende il contratto nazionale è suddiviso in contratti di squadra. Oggi bisogna reintrodurre protezioni generali che significano un salario minimo di cittadinanza che vale per tutte le forme di lavoro precario".

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