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CSR, Molteni: redicontazione, una rivoluzione di lungo periodo

sabato 13 gennaio 2018
3' di lettura

Milano (askanews) - Rendicontazione degli asset non finanziari: per le imprese una rivoluzione sostanziale, ma di lungo periodo che avrà ricadute importanti anche sulle aziende non vincolate dall'obbligo ora introdotto, e che offrirà ai CSR manager l'opportunità di affermare la strategicità delle proprie funzioni. Mario Molteni, docente di strategia aziendale all'Università Cattolica di Milano e direttore scientifico del CSR Manager Network, nel corso di un colloquio con askanews indica in questi tre fenomeni alcuni degli effetti più evidenti della nuova normativa in tema di rendicontazione. D.: "La Consob sta per rilasciare le linee guida che daranno concretezza alla normativa sulla rendicontazione degli asset non finanziari. Che impatto avrà la nuova normativa sulle imprese, sia dal punto di vista organizzativo, sia da quello culturale?" R.: "Penso che dal punto di vista degli impatti possiamo ragionare almeno a tre livelli. Innanzitutto a livello strategico. La rendicontazione non finanziaria obbligherà le imprese alla cosiddetta analisi di materialità, cioè a rendersi conto di quali sono effettivamente i problemi più importanti dal punto di vista della sostenibilità e aumenterà i tavoli di dialogo con gli stakeholder. Per cui l'apertura e l'ascolto degli interlocutori dal punto di vista dell'impresa. In secondo luogo, dal punto di vista operativo, sarà necessario migliorare e introdurre, e rafforzare, i sistemi di rilevazione dei dati non economici all'interno dell'impresa; cosa che è stata iniziata, ma che ha sicuramente bisogno di un ulteriore miglioramento. E poi l'altro elemento che diventerà sempre più importante è quello della integrazione tra i dati classici di natura economica e questi di natura non finanziaria". D.: "A dar conto delle propria identità 'sostenibile' sono chiamate le imprese più grandi e con oltre 500 dipendenti. Ma la normativa avrà un impatto anche su quelle più piccole?". R.: "Penso di sì: è un processo che inevitabilmente genera un effetto di traino. Innanzitutto molte imprese sotto i cinquecento dipendenti questa problematica la sentono e hanno iniziato ad intraprenderla. Poi si sa che normalmente queste leggi hanno una caratteristica di evoluzione al loro interno. Quindi potrà essere che di qui a qualche anno l'asticella si abbassi e queste imprese dovranno fare i conti a loro volta con la legge". D.: "Nel dibattito che ha accompagnato le consultazioni della Consob per arrivare alla definizione delle linee guida sono emerse alcune criticità. Una tra le tante è la mancanza di indicatori generali per valutare gli asset immateriali. Condivide queste criticità?" R.: "La condivido, ma la considero anche assolutamente fisiologica. Non si inizia un processo di questa dimensione avendo già a disposizione anche i criteri di valutazione. Il problema è il tempo. Il problema è accumulare esperienza. Il problema è arrivare nelle condizioni di fare i raffronti. Quindi obiettare sull'impossibilità di una valutazione significa dimenticare che questo è un processo che va iniziato che va proseguito nel tempo". D.: "Ma come si forma un CSR Manager e quali skill deve possedere?". R.: "Dal punto di vista della formazione ho sempre avuto una posizione a volte considerata in controtendenza: considero che il CSR manager sia innanzitutto un manager, e che poi sia specialista di CSR e sostenibilità. Quindi manager vuol dire che deve essere un uomo di azienda che conosce le problematiche del marketing, della strategia, del controllo di gestione e che deve essere pronto negli anni successivi, dopo l'esperienza di sostenibilità, ad abbandonare quella funzione e ad assumersi altre responsabilità". D.: "Quindi lei è convinto che i temi della CSR siano già temi mainstream dal punto di vista culturale?". R.: "Distinguerei: chi fa il CSR manager normalmente lo fa, tra virgolette, per vocazione; gli esponenti del management e anche dell'alta direzione variano da caso a caso". luca.ferraiuolo@askanews.it

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ASSOPAT: allarme su mercato prodotti accessori a tabacchi da fumo

Roma, 15 apr. (askanews) - Presso la CEO for Life Clubhouse a Roma, il Policy Observatory della Luiss School of Government, ha presentato i risultati della ricerca 'Rafforzare la legalità nei mercati regolati. Analisi delle criticità e proposte di intervento a tutela del gettito e della concorrenza', analizzando le dinamiche della filiera dei prodotti accessori ai tabacchi (PAT). Lo studio rivela un dato preoccupante: oltre un consumatore su tre si rivolge oggi a canali d'acquisto paralleli.

Lo studio individua tre direttrici di intervento, per ristabilire coerenza tra regolazione e funzionamento del mercato: la Revisione dell'imposta di consumo, il Rafforzamento dei presidi lungo la filiera attraverso depositi fiscali o sistemi equivalenti e l'introduzione di sistemi di tracciabilità, attraverso codici identificativi univoci per i prodotti. Ne ha parlato Domenico Lombardi, Direttore Policy Observatory Luiss School of Government: "Abbiamo strutturato il mercato con un'analisi innovativa, abbiamo generato questo dataset che ci ha consentito di mappare una serie di fenomeni e da questo derivare una serie di implicazioni per rafforzare la compliance fiscale e quindi, in una parola, la legalità. Analizzeremo i commenti e su questa base condivideremo le proposte con i policymaker e con i legislatori".

Il rapporto analizza l'impatto della normativa introdotta dalla Legge di Bilancio 2020, che prevede, per i prodotti accessori, un'imposta di consumo di 0,0036 euro per pezzo, riservandone la vendita in esclusiva alle rivendite di generi di monopolio e vietando contestualmente il commercio online. Ha così parlato Luigi Liberatore, Direttore Centrale Direzione Accise dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli: "Dallo studio della Luiss emergono alcune criticità. Di fatto, sono previste delle misure di policy che secondo me vanno valutate in modo approfondito. Come direzione accise abbiamo già fatto un'ulteriore proposta per introdurre la figura di depositi, anche per quanto riguarda i prodotti accessori del tabacco. Ritengo che sia fondamentale creare una soglia all'ingresso relativamente ai soggetti che andranno a commercializzare questi prodotti".

Dati che confermano l'allarme lanciato da ASSOPAT (Associazione Nazionale Operatori Prodotti Accessori ai Tabacchi), associazione che rappresenta un comparto da 1 miliardo di euro di fatturato e 100.000 addetti, che denuncia da tempo come l'attuale tassazione italiana superiore al 100% del prezzo all'ingrosso rappresenti un'anomalia europea capace di favorire il mercato sommerso e danneggiare il gettito erariale. In merito, si è così espresso il presidente di ASSOPAT Marco Fabbrini: "Praticamente, in 4 anni l'evasione è passata dal 20 al 40%. Questo è facilmente verificabile grazie al combinato disposto delle vendite di tabacco trinciato e gli incassi da imposte di consumo dello Stato. Si può intervenire su tre fronti: la fiscalità, la tracciabilità e i controlli".

L'obiettivo di ASSOPAT è quindi quello di promuovere un dialogo trasparente e responsabile con le Istituzioni e le Autorità competenti, così da favorire un quadro regolatorio chiaro, coerente e proporzionato.

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